Attilio Zuccagni-Orlandini

Attilio Zuccagni-Orlandini (Fiesole 1784-Firenze 1872), nel 1864 pubblica nella Raccolta dei dialetti italiani (Firenze, Tofani), la traduzione in dialetto foggiano del suo Il dialogo tra un padrone ed un servitore, ad opera di un non ben identificato giovane artista. Nelle note storiche premesse dal curatore della raccolta alla versione del dialogo, che di seguito si riporta integralmente, è fra l’altro scritto: “Foggia insomma può tuttora considerarsi come una delle primarie tra le città provinciali, e per tal cagione appunto volli procacciarmi un saggio del vernacolo in quella città usato e potei ottenerlo dalla cortesia di valentissimo giovane artista, il quale confessò bensì essergli costato molto imbarazzo di trasportare l’idioma italiano nel gergo del suo paese”. 

DIALETTO DI FOGGIA.
Ai tempi del Romano impero i dominii napolitani di qua dal Faro vennero divisi in quattro compartimenti: uno di essi comprendeva la Calabria e la Puglia, la seconda delle quali contrade estendevasi dal Gargano fino al Capo di Leuce. Conseguentemente le tre attuali provincie di Capitanata, Terra di Bari e Terra d' Otranto allora riunite, formavano la Puglia, ossia quasi tutta la parte orientale del Reame: quindi avvenne che gli invasori normanni, che comparvero nel secolo XI si contentarono del titolo di Conti di Puglia, e poi anche il fondatore della monarchia Ruggero amò chiamarsi Re di Sicilia e di Puglia. Nella istituzione dei Giustizieri, promossa dal secondo Federigo, incominciasi a trovare la triplice divisione della Puglia tuttora conservata.
Ma quando I' Imperatore Greco portò in Bari la sede principale del suo governo, mantenne colà le sue conquiste che di tratto in tratto andava facendo con infrenare gli abitanti della Puglia, pensò di sostituire al suo Delegato detto Stratico o Capitano di armi un Catapano o Governatore investito di supremo potere ; uno di questi Basilio Bugiano nel 1018 distaccò questa parte di Puglia, vi fondò terre e castella, e ne formò una separata Provincia che incominciò a chiamarsi Catapanata poi Capitanata.
La vetusta città della Daunia Arpi e con greca voce Argirippa, cui dai fastosi storiografi greci volle darsi per fondatore Diomede, sorgeva un tempo ove trovasi la moderna Foggia, ora capoluogo di Capitanata come in età remota fu capitale dei Dauni. Strabone aggiunse che fu Arpi tra le primarie città italiche : Virgilio, Orazio, Ovidio ne tesserono poetici elogi : Polibio, Tolomeo, Stefano Bizantino ne fecero onorevole menzione. Dei travagli sostenuti dai suoi abitanti nelle guerre Sannitiche e nella Punica prese ricordo Livio : Plinio poi ne avvertì che i Romani vi dedussero una colonia. Nella barbarie dcl VI secolo incominciò lo spopolamento di Arpi; verso il 1000 quella vetusta città divenne un mucchio di rovine. Se non che gli abitanti avevano già incominciato a ricostruirsi una borgata alla distanza di poche miglia in luogo basso però e paludoso: e poichè nel barbaro linguaggio di quei tempi Foya e Fogiœ erano chiamati i marazzi, fu perciò detta Fogia la novella città. Dopo Roberto Guiscardo, ai tempi di Ruggiero Duca di Puglia, Foggia aveva prosperato in modo da esser considerata la seconda città del regno: anzi Federigo vi fermò la residenza, decretando nel 1223 che fosse considerata inclita sede imperiale e reale. Al tempo degl' Angioini molto soffersero gli abitanti; ma il primo dei sovrani Arragonesi Alfonso largheggiò in privilegi per Foggia, e la dotò di una regia dogana per la celebre istituzione del Tavoliere di Puglia. Nei primi anni del secolo XVI Ferdinando il Cattolico venne accolto in Foggia splendidamente, e in ricompensa le fu generoso di molti favori. Foggia insomma può tuttora considerarsi come una delle primarie tra le città provinciali, e per tal cagione appunto volli procacciarmi un saggio del vernacolo in quella città usato e potei ottenerlo dalla cortesia di valentissimo giovine artista, il quale confessò bensì essergli costato molto imbarazzo il trasportare l'idioma italiano nel gergo del suo paese.

DIALOGO ITALIANO TRA UN PADRONE ED UN SERVITORE
TRADUZIONE NEL DIALETTO DI FOGGIA

PADRONE. Ebbene, Batista, ai tu eseguite tulle le commissioni che ti ho date?
PADRONE. Ei Battist euje fat tut  la commens che tacghio deut?
SERVITORE. Signore, io posso assicurarla di essere stato puntuale più che ho potuto. Questa mattina alle sei e un quarto ero già in cammino; alle sette e mezzo ero a metà di strada, ed alle otto e tre quarti entravo in città, ma poi è piovuto tanto!
SERVITORE. Signore ti poz assicurà ca sò steut puntueul chiù caggh pututo. Sta matìna a tridici ora e nu quarto già cammineur, e mezzora prima der l'ufficio steve a mezza streude; e tre quart d' oreu dopo l' ufficio era in miezza allia chiazz; ma dop à fat tantacqua!
PADR. Che al solito sei stato a fare il poltrone in un'osteria, per aspettare che spiovesse! E perchè non hai preso l'ombrello?
PADR. A lu solito si steut a fa lu pultron dint a na taverna paspettà ca schiuves! E pecchè nni hai piglieut l'umbrel?
SERV. Per non portar quell'impiccio; e poi jeri sera quando andai a letto non pioveva più, o se pioveva, pioveva pochissimo: stamani quando mi sono alzato era tutto sereno, e solamente a levata di sole si è rannuvolato. Più tardi si è alzato un gran vento, ma invece di spazzare le nuvole, ha portato una grandine che ha durato mezz' ora, e poi acqua a ciel rotto.
SERV. Pì n' impurtà quill'umpic; e poi jier sera jéi a lu liet nin chiuveva chiú, o se chiuveva, chiuveva assai poco; stamatina quan mi sont avizato era tutto sireno, e solamente a sciuto di sole si è nuvuleut. Chiú tard si avizeut nu grus vient, ma mece di allargà leu nuvole ha purteut na granila cheu aveu dureut mezz'or, e apprie acqua a rot de ciel.
PADR. Così vuoi farmi intendere di non aver fatto quasi niente di ciò che ti avevo ordinato; non è vero? 
PADR: Accossi mi vuoi fa capí ca nè eui fat quesi nient di quant t' avevu eurdineut; e lu vero ?
SERV. Anzi spero che Ella sarà contento, quando saprà il giro che ho fatto per città in due ore.  
SERV. Anz aggheu speranz cheu signiria steuce content, quan saprà lu gir che agghieu fat peu lu pajese inta doje ore.
PADR. Sentiamo le tue prodezze.
PADR. Sintimi li tujeu prudezze:
SERV. Nel tempo che pioveva mi sono fermato in bottega del sarto, ed ho visto con questi miei occhi raccomodato il suo soprabito con bavero e fodere nuove; la sua giubba nuova e i pantaloni colle staffe erano finiti e la sottoveste stava tagliandola. 
SERV. Mentr chiuveva mi sò fìrmeut alla putega de lu cusitore, e agghio vist cheu luocchi mii aggiustet lu suprabito de signiria cu lu bavaro e fodera nova: la giacchetta de signiria nova e li cauzuni chi li staff erineu finuti e la sottaveste la steuveu taglian.
PADR. Tanto meglio. Ma avevi pure a pochi passi il cappellajo e il calzolajo, e di questi non ne hai cercato?  
PADR. Tant  megleu. Ma tiniv pure pocheu lunteun lu cappeulleur e lu scarpeur, e quiest  nè l'heui cercheut?
SERV. Sì signore: il cappellajo ripuliva il suo cappello vecchio, e non gli mancava che orlare il nuovo. Il calzolajo poi aveva terminati gli stivali, le scarpe grosse da caccia, e gli scarpini da ballo. 
SERV. Sissignoreu: lu cappeulleur polizzauve lu cappiel de signiria vecchio, e non manceuv che de trinittà lu suo nuov. Lu scarpeur avev finit li stiveul, le scarp gros deu cacc, e li scarpin deu ball.
PADR. Ma in casa di mio padre quando sei andato, che questo era l'essenziale?
PADR. In cheus di tata' mij quan a si steut, ca quiest er leussenzieul ?
SERV. Appena spiovuto, ma non vi ho trovato nè suo padre, nè sua madre, nè suo zio, perchè  jeri l'altro andarono in villa, e vi hanno pernottato.
SERV. Appen schiuvut : ma ne acghio truveut nè lu tatà de signiria ne la mam, nè lu ziano suo, pecchè lautrieri jireno alla vign e là son steu la not.
PADR. Mio fratello però, o sua moglie almeno sarà stata in casa?
PADR.  Lu freut mij però o la mugliera a lumano sarrann steu alla cheus ?
SERV. No Signore, perchè avevano fatta una trottata, ed avevano condotto il bambino e le bambine.
SERV. Nonzignore pecchè aveveunieu fat na truttata, e avevano porteuteu lu creature e le creature.
PADR. Ma la servitù era tutta fuori di casa?
PADR. Ma la servitura era tutta fori de la cheuseu?
SERV. Il cuoco era andato in campagna col suo signor padre, la cameriera e due servitori erano con sua cognata, e il cocchiere avendo avuto l'ordine di attaccare i cavalli per muoverli, se ne era andato colla carrozza fuori di città.
SERV. Lu cuocheu era juto incam pagna cheu lu padre suo; la camarera e duje serviteur stavano che la cugneut, e lu cucchier aven avuto l'ordine d'attlaccà li cavalli pè portarli,  se ne era juto colla carrozza fori de la città.
PADR. Dunque la casa era vuota?
PADR. Dunch la cheuseu steveu vacant?
SERV. Non vi ho trovato che il garzone di stalla, ed a lui ho consegnate tutte le
lettere, perchè le portasse a chi doveva averle.
SERV. Ne agghiu truveut che lu garzon de la stalla, e a isso agghio cunsegneut tutte le lettere, perchè li purtasse, a chi eraneu dirette.
PADR. Meno male. E la  provvista per domani?
PADR. Manc male. Eja la pruvista pe dumeune ?
SERV. L'ho fatta: per minestra ho preso della pasta, e intanto ho comprato del formaggio e del burro. Per accrescere il lesso di vitella, ho preso un pezzo di castrato. Il fritto lo farò di cervello, di fegato e di carciofi. Per umido ho comprato del majale, ed un'anatra da farsi col cavolo. E siccome non ho trovato nè tordi, nè starne, nè beccacce, rimedierò con un tacchino da cuocersi in forno.
SERV. L' agghi fat: pe minestr agghiu pigghieut de la past, intant agghiu accatteut lu cheuseu e de lu butir. Peccresce lu bullito de vitel agghiu pigghieut nu piezze de castreuteu. Lu frit lu farragghio de cirvel, de fegato e de carcioff. Pe lu ragú agghiu accatteut lu puorcheu e na natrella pé fars cu lu cavulo. E siccome ne agghiu truveut ne taragnole, ne manc starn, nee biccacc, arrimedio cu nu gallinaccio  da fars a lu furn.
PADR. E del pesce non ne hai comprato?
PADR. E de lu pesce nè l'heju accatteut?
SERV. Anzi ne ho preso in quantità, perchè costava pochissimo. Ho comprato sogliole e triglie, razza, nasello e aliuste.
SERV. Anz nagghio peglieut asseuje, pecchè custeuv pochissimo. Agghio accatteut sugliole, treglie, razza, nasello e aliuste. 
PADR. Così va benissimo. Ma il parrucchiere non avrai potuto vederlo ?
PADR. Accussí veuce buoneu asseujeu. Ma lu pirrucchiere ne l' avreieu pututo vedè?
SERV. Anzi siccome ha la bottega accanto a quella del droghiere, dove ho fallo provvista di zucchero, pepe, garofani, cannella e cioccolata, così ho parlato anche a lui.
SERV. Anz pecchè tene la putea vicin a lu drughier addò agghiu accatteut e fat la pruvista de zucchereu, pepe, carofali, cannell e ciuccheuleut, accussi agghiu parleut pure a iss.
PADR. E che nuove ti ha date?
PADR. E che nutizia te aveu deut?
SERV. Mi ha detto che l' Opera in musica ha fatto furore, ma che il ballo è stato fischialo; che quel giovine signore suo amico perdè l'altra sera al giuoco tutte le
scommesse, e che ora aspettava di partire con la diligenza per Livorno. Mi ha dello pure che la signora Lucietta ha congedalo il promesso sposo, e ha fatto giuramento di non volerlo più.
SERV. Maveu ditt che l'Opreu in musicheu aveu fat furore, ma che lu bal è steut fischieut, che quel signor amicho suo pirdije a l'ata sera a lu juoco tutt le scommesse, e che mo aspetteuv di partì colla dilicenz pí Livorn'. Maveu dit pureu cheu la signora Luciet aveu licenzieut lu sposo promes e aveu giureut di nu lu vulè chiù.
PADR. Gelosie .... questa sì che mi fa ridere; ma pensiamo ora a noi.
PADR. Gilusie.... quest meu feuce rire; ma penseum mo a nuji.
SERV. Se ella si contenta mangio un poco di pane e bevo un bicchier di vino, e
torno subito a ricevere i suoi comandi.
SERV. Se signiria se cuntenta magno nu poco de peun e vevo nu bicchier de vin, e ritorn subito a piglia li cumand.
PADR. Siccome ho fretta e devo andare fuori di casa, ascolta prima cosa ti ordino, e poi mangerai e ti riposerai quanto ti piacerà.
PADR. Siccom teng fret e agghio da ji foreu deu la cheuseu, sient prim cheu ti ordino  e dop magnarrai e ti ripusarrai quant ti piccieurà.
SERV. Comandi pure.
SERV. Cummannateme pure.
PADR. Per il pranzo che dobbiamo fare, prepara tutto nel salotto buono. Prendi la tovaglia e i tovaglioli migliori; tra i piatti scegli quelli di porcellana, e procura che non manchino nè scodelle, nè vassoj. Accomoda la credenza con frutta, uva, noci, mandorle, dolci, confetture e bottiglie.
PADR. Pè lu pranz ca avimm da fa, prepeur tutt dint a lu salot buoneu. Piggh la tuvaglia e li salviet miglior che stani tra li piat cheup quill de purcelleum, e prucur che nè mancheneu, li scudell, nè li veus. Aggiust la credenz cu li frutt, uva, nuci, amennele, dolceu. cunfiett e buttiglieu.
SERV. E quali posate metterò in tavola?
SERV. E quale puseut agghia da met in tavola ?
PADR. Prendi i cucchiai d'argento, le forchette e i coltelli col manico d'avorio, e ricordati che le bocce, i bicchieri ed i bicchierini siano quelli di cristallo arrotato. Accomoda poi intorno alla tavola le seggiole migliori.
PADR. Pigh li cucchieur d'argint e li vrocche e li curtiell cu fu manicheu di bussolo, e ricuordeuteu cheu le buttigghie, e bicchieri e li bicchirini ànn da essere di vrito arruteul. Accunc pò attuorn la tavola le megl che teng.
SERV. Ella sarà servita puntualmente.
SERV. Fazzeu tutto punteeulmente.
PADR. Ricordati che questa sera viene mia nonna. Tu sai quanto è stucchevole quella vecchia! Metti in ordine la camera buona, fa' riempire il saccone e ribattere le materasse. Accomoda il letto con lenzuola e federe le più fini, e cuoprilo col zanzariere. Empi la brocca di acqua, e sulla catinella distendi un asciugamano ordinario ed uno fine. Fa'tutto in regola, e la mancia non mancherà.
PADR. Arricuordete cha sta sera vene mammarossa. Tu seujeu quant eja stucchevole quella vecchia! Mitt in ordineu la camera bona, fa anchj lu saccone e sbatt leu matarazz . Accuncia lu liett cheu le linzola e li facciou deu cuscineu li chiu fine e cummuglieteu cu la zampaneureu. Ingh la quarteur de acqua, e sopa la catinel stin n'asciutta meun ordinarieu e un fino. Fà tutto a la regola, e la regalia non ti mancharà.
SERV. Per verità ella mi ha ordinato molte cose, ma farò tutto.
SERV. Pe la virità signiria meuveu urdineut trop coseu, ma faracchio tutto.