Icchese

L'Acclisse

Nel 1896, il 27 marzo, “il demonietto”, curatore della rubrica “Sorrisi e ghigni” del periodico foggiano “MEFISTOFELE”, pubblica una poesia in dialetto foggiano dal titolo “L’ACCLISSE”, sottolineando nella presentazione che i versi sono “di un Icchese, una persona molto colta”.
Consultando la Treccani online si legge: “ìccase (o ìccasse, e anche ìcchese) s. m. o f. – Forme ant. e pop. (tosc., roman., ecc.) per ics, nome della lettera x.”
Gli accorgimenti utilizzati per la scrittura del dialetto foggiano dall’Icchese (il riferimento è al critico letterario Giuseppe Lo Campo, acerrimo nemico di Filippo Bellizzi, che sull’Aurora si firmava appunto “Il signor X”?) riportano immediatamente allo stile suggerito già dal 1893 sulla rivista letteraria foggiana “Aurora” proprio dal rev. Bellizzi, che, firmandosi con lo pseudonimo “Un dialettologo foggiano”, sosteneva la necessità di evedenziare le vocali indistinte (più note come vocali mute) scrivendole in corsivo.

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Poesia dialettale

Ho avuto il torto di non richederli prima, questi versi; non dico altro. Sono d’un Icchese, una persona molto colta.

L’ A C C L I S S E

(‘Ndreja e Sceppullo.)

‘NDREJA – Cumpa Pávolo m’have ditto
       ca stanotte face l’acclisse… 
      ‘Nn ‘agghio rispuosto: quanto schitto
       Me so sentuto – che vulisse? –
       Fa i carni pecun pecuni….
       ‘Nzia mai perdess ‘a luna!

       M’have ditto cumpa Pávolo:
       « Fann ‘a llite a luna e u sole;
       « Vene certo cas ‘u diavolo,
       « E murimo senza parola….»
SCEPPULLO – Ott’e nove! Me fai tremà….
       Tien’ andò tieni, gue’, cumpà!