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Arturo Oreste Bucci

« U SCAZZAMURIELLE »

Se i zannieri rappresentavano per i bambini lo spauracchio vivente e visibile, così non poteva dirsi di un altro soggetto che sull'animo dei piccoli incuteva soverchio terrore; esso però non si vedeva e le mamme non appena incominciavano per strada pianti e capricci ne facevano intravedere il pericoloso approssimarsi. « U Scazzamurielle» dalla descrizione che veniva fatta, tra lo stupore degli attenti piccoli ascoltatori, non appariva così truce come i zannieri ; anzi era presentato sotto l'aspetto di un vispo folletto, vestito tutto di rosso e con due cornetti fosforescenti sulla fronte. Egli si avvicinava al letto dei bambini cattivi, mentre dormivano, e li tormentava ballando senza mai fermarsi sulla loro pancia, smetteva soltanto quando vedeva la sua vittima pesta e malconcia in preda a commozione generale ed alla febbre. Era la punizione che « u scazzamurielle» infliggeva ai discoli e piagnucoloni; motivo per cui le mamme non si stancavano di raccomandare ai loro figli di essere buoni, se non volevano, durante la notte, subire il castigo del diavoletto rosso. Alla pari dei zannieri anche dello scazzamuriello non si sente più parlare nelle famiglie del nostro popolo; ormai i bambini non credono più a queste ubbie; oggi, essi, nascono con gli occhi aperti! Ma « u scazzamurielle» aveva un altro significato: in estate, specialmente durante la controra, qualche folata di favonio investe avanzi di spazzatura e pezzetti di carta raccolti negli angoli delle vie formando della massa polverosa una piccola colonna d'aria che coi suoi mulinelli acceca l'incauto passante. Anche i vortici della polvere stradale hanno ormai perduto il loro primitivo nome; anche perchè scomparsi; il tempo, inesorabilmente, passa e dà l'addio a tutte le anticaglie!

ZIA ROSA

« Zia Ro me vuie da na zenna?» « Mene zia Ro, damme na zenna !» Una preghiera ed un ordine che uno sciame di scugnizzi, a coro, rivolgeva a zia Rosa la tarallara. Tracomatosa e senza nemmeno più un dente, nei giorni di festività religiose, in compagnia della figlia più cisposa di lei, immancabilmente si collocava vicino alle porte delle Chiese, con la sedia, il focherello ed un largo e capace cesto sul quale ripartiva la mercanzia; sempre attorniata da uno sciame di mocciosi. Era un quadro del più genuino folclore nostrano. Ma ciò che i monelli con la loro petulante insistenza chiedevano a zia Rosa, non erano che pochi acini di grano bollito e passato nel vino cotto; piatto che nei passati tempi ogni famiglia preparava - abbondantemente condito - nel giorno di tutti i Santi. Una leccornia che i figli della strada si concedevano il lusso di gustare quando arrivavano a possedere un tornese e che si affrettavano a passare a zia Rosa, la quale serviva loro il grano cotto in piattino e relativo cucchiaino di latta. Era la migliore ghiottoneria dei monelli, i quali lustravano il piattino con la lingua e non soddisfatti chiedevano alla paziente Zia Rosa un'altra zenna (un altro poco). Ma non era questo l'unico commercio di zia Rosa, perchè ne aveva un altro che esercitava clandestinamente per paura delle guardie: era quello degli schioppettuoli che con due o tre soldi allungava ai giovani furtivamente di sotto al cesto. In città - però - non vi era soltanto zia Rosa che confezionava taralli, freselle, sciugabocche, che di domenica, nei giorni di processione e festivi venivano venduti da giovani i quali con la spasella a tracolla gridavano: « Duje ciuccie nu solde, tengo pure 'a catena pu 'llorge », (due taralli a forma di asino un soldo; ho pure la catena per l'orologio, anelli di pasta incatenati).

PESANTICCHIO

Ovvero il « re dei crocesi » - così chiamato per il grande ascendente che aveva sui forti e sobri abitanti del popoloso rione contadino - ed il tipo più popolare della nostra città del passato secolo.
Chi non conosceva Michele Notariello? Chi non si era fermato, almeno una volta, nella sua osteria posta sulla sinistra di via delle Croci, chiamata più comunemente la strada di Pesanticchio (traversa di Via Manzoni che sbocca in Piazza Sant-Eligio)? Basso di statura, panciuto, rasato, rubicondo come un parroco di villaggio, dall'immutabile cappello nero a forma di mezza ricotta con sottogola e larghe tese sotto il quale pendeva il fiocchetto del tradizionale berretto bianco, che i nostri rurali hanno portato sino ad un ventennio fa ed oggi vediamo in testa ai ragazzi e ai gagà.
L'autorità di Pesanticchio emergeva in tutte le faccende che interessavano il rione, per le quali era indispensabile il suo parere; ma formava legge nella organizzazione del programma delle feste in onore di S. Anna.
Come di uso non doveva mancare nei pressi dell'osteria il palio dei maccheroni; poi quello della cuccagna, le corse degli asini e del sacco che suscitavano la massima ilarità nella folla degli spettatori, accorrenti dai punti più eccentrici della città, i cui grandi premi consistevano in quattro o cinque metri di tela dai più vivaci colori che appesi a lunghe canne facevano bella mostra sul balcone del convento dei Cappuccini.
A sera tutte le vie rionali venivano illuminate dalle lunghe arcate delle multicolori lampadine ad olio; vi risaltava quella caratteristica dei cetrioli, mentre fuori di ogni porta i terrazzani banchettavano offrendo il più simpatico quadro folcloristico. Le feste avevano termine con l'insostituibile battaglia di Solferino, suonata dal Concerto di Amatruda, e la fragorosa batteria del pirotecnico Buonpensiero abitante rimpetto a Pesanticchio.
In quelle afose serate di fine luglio, le tavole dell'osteria erano, insufficienti per i numerosi clienti che vi affluivano a gustare le pizze fritte di farina scura e 'u pesce 'int'a carrozza (lumache). Arrivava l'annuale momento, data la folla che aumentava, in cui Pesanticchio apriva la porta di comunicazione con la sua camera da letto e, felicissimo come una Pasqua, accoglieva amici e conoscenti.
Ma la notorietà di questo popolano - più che alla bontà dei cibi e dei vini del suo esercizio ed ai rispetto che avevano per lui tutti i crocesi - si doveva alla passione ed all'accanimento che poneva, quale militante del partito progressista (Giolittiani ) nelle locali lotte politico-amministrative, per le quali spesso spendeva del suo.
Conoscitore di tutti i mezzi di corruzione elettorale - secondo i sistemi del tempo - costituiva per il partito un elemento prezioso durante il periodo dei comizi e più specialmente nella giornata della votazione.
Molta e viva parte egli ebbe durante la lotta per la candidatura politica del concittadino avv. Antonio Tota, competitore di Eugenio Maury; era sicuro della vittoria che purtroppo - quella volta - non arrise ai liberali ma . .. . .. ai piedi tondi o vicci.

da A. Oreste Bucci, Vecchia Foggia, vol. 1, Stab. Tipografico cav. Luigi Cappetta & Figli, Foggia 1960

LE CASTAGNARE

Alle otto del mattino uscivano dalla casa – magazzino della padrona recando sulla testa un gonfio e pesante sacco ed in mano lo scaldino di terracotta, più un corto e robusto bastone.
Erano le floride e fresche ragazze della «eterna verde Irpinia » venditrici di frutta secca che raggiungevano i loro posti fissi, siti nei vari punti della città: fuori Porta Grande; all'angolo di Via Arpi - Ricciardi, ove i frequentatori dell'antichissima cantina di « Calauccio » o « Pulicino » erano buoni clienti; in Piazza Cattedrale, affiancato al banchetto di Michele Pizzadolce; in via Duomo, angolo via del Tesoro; in via Cairoli al riparo della Chiesa di San Francesco Saverio; all'angolo del cadente Palazzo De Santis, (attuale albergo Roma) ecc...
Giunte sul posto, buttato il sacco a terra, le castagnate ritiravano da qualche bottega, osteria o portone vicino la bancarella e la sedia lasciata in custodia la sera precedente, e disponevano, bene allineati, i diversi sacchetti contenenti: castagne, noci, nocciuole, semi, sui quali ponevano in mostra i fischietti di terra cotta di primitiva fattura - che per vivacità di colori costituivano mira costante e oggetto dei quotidiani capricci dei bimbi del vicinato.
Le castagnare ingaggiate dalle padrone – native come loro di Ospedaletto Alpinolo - convenivano qui in autunno; vi permanevano tutto l'inverno e dopo la parentesi del periodo di apertura del Santuario dell'Incoronata, a metà giugno ritornavano alle loro case. Non sempre nel successivo anno si rivedevano le stesse, poiché spesso erano sostituite dalle sorelle o dalle compagne più giovani ed amanti della trasferta in città.
Tutte belle, dalle fresche e rosse labbra, piene di vita e di semplice grazia montanara, facevano subito presa sui giovani, tra i quali non mancavano gli spasimanti, che passavano intere giornate vicino alla bancarella.
Però quando nel discorrere oltrepassavano i limiti della convenienza il manganello - che la giovane teneva a portata di mano - provvedeva a calmare i bollori.
A tal proposito non mancavano dicerie sul conto di queste ragazze, le quali per ritornare alle loro case, dopo circa otto mesi di assenza con un piccolo gruzzolo, affrontavano un duro e penoso lavoro, esposte alle blandizie ed ai mille tentacoli - spesso - di gente di ogni risma e priva del minimo scrupolo. Ma le padrone - forse a compenso della scarsa remunerazione del loro lavoro - vigilavano e le cronache del tempo non ci danno, in proposito, ricordi tristi.
Dopo una intera giornata passata agli angoli delle strade, esposte alla pioggia, al vento e a tutte le intemperie, sul tramonto col sacco in testa, un po' più leggero del mattino, rincasavano; attese dal consueto piatto di fumante polenta o dai tradizionali spaghetti conditi con olio, aglio e peperone fritto, annaffiati dall'acqua della sarola!

da A. Oreste Bucci, Vecchia Foggia, vol. 1, Stab. Tipografico cav. Luigi Cappetta & Figli, Foggia 1960

PROVERBI E MODI DI DIRE

1) Chi zappe veve l'acque e chi pute veve u vine;
lo zappatore beve l'acqua e il potatore il vino.
2) Carne de pechere e secure;
carne di pecora, ma certa.
3) Cosa cuverte nen ce cache la mosche;
sugli oggetti coperti non si deposita la mosca.
4) A lenghe nen tene l'uosse ma rompe l'uosse;
la lingua non ha osso ma lo rompe.
5) Chi avije fuoche campaje e chi avije pane murije;
chi ebbe il fuoco visse, chi il pane morì.
6) U delore eja de chi u sente e no de chi passe e terre mente;
il dolore è di chi lo sente, non di chi guarda e passa.
7) Patàne? so li puorce e manche li vonne;
patate? non le mangiano nemmeno i maiali.
8) L'hanne date panne e fuorce mmane;
gli hanno consegnato stoffa e forbici nelle mani.
9) A sta giacchette (sta vennelle) nen ce stanne fuse p'appenne;
a questa giacca (questa sottana) i fusi non attaccano.
10) U cane muzzecheje u strazzate;
il cane morde il « barbone ».
11) Nen cen'eje merde pe fa pallotte;
non c'è sterco per pallotte.
12) Quanne cchiù renne chiù penne;
quanto più ritarda, più aumentano le difficoltà.
13) Fa bene e scuorde, fa male e pienze;
fai bene e dimentica, fai male e pensaci.
14) Erve ca nen vuoje a l'uorte nasce;
erba non desiderata nasce nell'orto.
15) Men'a viente e nen s'abbuschie niente;
tira vento e non si guadagna niente.
16) Addà ballà sope a nu carrine;
dovrà ballare sopra un carlino (moneta borbonica).
17) Si l'ambrieste sarrije buone s'ambrestarrije a megghiere;
se il prestito giovasse si presterebbe la moglie.
18) Sope a u cuotte l'acqua vellute;
sulla parte scottata l'acqua bollente.
19) Vence a cavse e perde a lite;
vince la causa ma perde la lite.
20) Vuove pascene e campane sonene;
i buoi pascolano e i campanacci suonano.
21) Tante ricche marenare quante povere pescatore;
tanto marinaio ricco quanto pescatore povero.
22) A superbie esce ncarrozze e s'arritire a piede;
la superbia esce in carrozza e rincasa a piedi.
23) A massarie de macchiaretonne tridece vuove e trentaseie gualane;
la masseria di macchia rotonda tredici buoi, trentasei custodi.
24) Brutte a luvà u cappielle a i tegnuse;
brutto a togliere il cappello davanti a persone che non lo meritano.
25) A sante viecchie nen s'appicene chiù cannele;
ai santi vecchi non s'accendono più ceri.
26) U munne eje na scarpette, chi sa leve e chi sa mette;
il mondo è una scarpa, chi la toglie e chi la calza.
27) Chi negozie campe, chi fatiche more;
chi commercia vive, chi lavora muore.
28) Na luce nen face luce;
una luce non fa luce.
29) Chi te sape te scrive;
chi ti conosce ti descrive.
30) Quà se file a une fuse;
qui si fila con un solo fuso.
31) Chi de speranze campe desprate more;
chi vive di speranze muore misero.
32) Mazze e panelle fanne i figghie belle;
bastonate e digiuni educano i figli.
da A. Oreste Bucci, Vecchia Foggia, vol. 4, Stab. Tipografico cav. Luigi Cappetta & Figli, Foggia 1965

A' CIALANGHE

Dall'aprile del 1955, in casa e per unica compagnia, ho un gatto; mi fu regalato, allorché contava appena un mese di età.
Malgrado i non pochi difetti, tra i quali, sorprendente, è quello della voracità, gli devo essere grato per vari motivi, sopra tutto per la pulizia, che, principalmente, mi ha dato la pazienza di sopportarlo così lungamente.
Non ha alcun requisito speciale; non è un Angora, persiano, siamese o di altra razza pregiata; è un comune esemplare di felino domestico, come da noi sempre ce ne sono stati tanti e come ancora s'incontrano nelle vecchie case, nelle quali non se ne può fare di meno, se non si vuol vivere in compagnia dei topi. Di essi mi resta incancellabile il ricordo del triste spettacolo di fame e di sete che - randagi - offrivano, per le vie cittadine, nell'estate del '43, allorché i « liberatori» vomitarono su di noi tonnellate di fuoco.
Alla pari di tante belle e brutte cose della vita, tra i miei ricordi infantili, c'è, a tal proposito, anche quello di un certo «Ntonio u ngappagatte », veniva ogni settimana da un Comune vicino della nostra provincia, che non nomino, perché i miei concittadini chiamavano quegli abitanti « magnagatti ».
Antonio era un uomo alto e corpulento, sempre fornito di un sacco di tela, in cui poneva i gatti che acquistava per dieci o dodici soldi al grido di «chi vole venne na gattee ». Quale precursore di «Tarzan» nessun animale resistiva alla morsa delle sue mani. I gatti, dei quali le massaie si disfacevano, avevano i difetti di essere sporcaccioni, deboli cacciatori di topi, famelici; alla pari del mio, ma di leccornie perché solo pane o scarsamente condito, mai l'ha voluto mangiare.
Nei vecchi tempi l'insaziabilità dei gatti era attribuita alla «cialanghe », parificata alla tenia, con la differenza che mentre di questa si può guarire, della prima, secondo la credenza popolare, non si poteva liberare se non si provvedeva opportunamente in tempo. Il provvedimento era quello di accorciare la coda, il che recava anche il beneficio di vedere migliorare le fattezze dell'animale, dato - alla pari della castrazione - il suo ingrassamento.
Allo scopo di evitare che fosse meno dolorosa e possibilmente letale, all'« operazione chirurgica» senza anestesia, si procedeva nel seguente modo: qualche settimana dopo la nascita del micino, uno dei cocchieri padronali, specializzati nella materia, con un morso recideva le ultime vertebre, alle quali restava attaccato un filo bianco di midollo spinale, ritenuto la « cialanghe » alla quale la voce popolare attribuiva la smodata insaziabilità e lo scarso sviluppo.
Molti sono - oggi - i cittadini che non vi prestano più credito, anche perché gli «operatori» specialisti sono scomparsi a causa dello sviluppo automobilistico che ha eliminato le carrozze signorili, motivo per cui molta gente ignora questo particolare della locale storia felina.
A contestare la mia incredulità restano però le spiccate qualità del mio «compagno» domestico: insaziabilità, coda lunga, magrezza.
Avviso, dunque, agli «amici» dei gatti, prima di portarli in casa!

« A’ FREVELE »

Come ho accennato, la frevele forniva la materia prima per una forma di contabilità senza carta, né calamaio, nè penna, ma serviva pure:
l) a confezionare un tipo di piccola panca, denominata ferlizza, molto in uso nelle aziende rurali e vista pure, in qualche casa del Borgo Croci;
2) fino a qualche decennio fa di un pezzo di frevele lungo poco meno di un metro, erano forniti quasi tutti gli insegnanti elementari; se ne servivano per minacciare gli allievi irrequieti o castigarli colpendoli sulle parti molli del corpo.
La frevele, per la particolare leggerezza si preferiva al bastone di legno, perché non poteva causare la minima lesione, procurava poco dolore e non v'erano preoccupazioni di ecchimosi;
3) della metà di un piccolo pezzo di frevele, cosparsa di olio, si serve ancora qualche barbiere anziano per passarvi sopra, varie volte, Ia lama del rasoio e addolcirne il taglio. Non ha, però, un nome particolare, ma quello dialettale di "strappe".

LA TESSERA DEL PANE

In questa raccolta di vecchi ricordi locali, penso non riuscirà superfluo farne conoscere qualcuno di data più recente; ad esempio il seguente riguardante l'ultima guerra mondiale che - certamente - andrebbe dimenticato.
Qualche mese dopo lo scoppio delle ostilità – se ben ricordo - il Governo istituì la tessera per gli alimenti ed altri generi di consumo. Il provvedimento, che limitava il pane e la pasta ad una razione non soddisfacente alle popolazioni meridionali, non poteva essere troppo risentito nella nostra provincia - da secoli grande produttrice di cereali - perchè ogni famiglia aveva possibilità di approvvigionarsi di grano a mezzo di parenti ed amici agricoltori, oppure acquistarlo di contrabbando alla cosidetta « borsa nera ».
In quanto all'impossibilità di portarlo al mulino si provvedeva in casa col macinino del caffè - dato che della droga non trovandosene più sul mercato – non se ne faceva uso. Ond'è che la massaia tra un giro di manovella e la cottura clandestina di una pagnotta di pane, cantava sottovoce (le spie dell'O.V.R.A. vigilavano): « V'i c'ave fatte Muselline, ogn'e case eja nù muline » (*)
(*) «Vedi che cosa ha fatto Mussolini - ogni casa è diventata un mulino ».