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Filippo Bellizzi

Filippo Bellizzi (1865-1917), un sacerdote che si firmava con lo pseudonimo ‘il dialettologo foggiano’, per controbattere alle critiche a lui mosse da Giuseppe Lo Campo in un articolo intitolato “Foggia e la questione dialettale”, pubblicato sull’ Aurora il 15 settembre 1894, dà alle stampe, lo stesso anno, un libretto dal titolo “Post fata resurgo”. Il saggio è estremamente interessante perché ci rivela che risalgono proprio a quegli anni i primi tentativi di dare, attraverso la poesia, dignità letteraria al dialetto foggiano, che il Bellizzi analizza con molta serietà, ne evidenzia la grande difficoltà della scrittura e propone molte soluzioni interessanti adottate successivamente dalla maggior parte degli autori foggiani.

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dalla rivista Aurora, periodico quindicinale di lettere, scienze ed arti (1893: A.1, lug., 27, fasc. 7)
'A fest'-u Carmne

U lumnorie

'A strát' -u Carmn' e tutt' i stratunnelle
accûost' a cchîesi -e a strát' a chianghettáte
li vite tuttequand' allumenáte
ki lambiungîell appis' i zukulelle

vestute tuttequande de murtelle
e mmîsì a gharc' a gharc' affelaráte.
Stu lumenorie aggrazziját' e bbelle
l'háve fatte la ggende de sti stráte,

cunzegnanne nu sold' a settemáne
a cîerte dubbutáte de sta feste;
cussì a ssold' a ssold', a cchián' a cchiáne

hann' accucchiáte belle n-gáp' de n'anne
tanta denáre, c'hann' anghiut' li ceste;
e 'a feste máj' è státe cúm' e guanne.

IL DIALETTOLOGO FOGGIANO
POST FATA RESURGO!
con
APPENDICE
FOGGIA
TIPO LITOGRAFIA PASCARELLI
1894


Mentre da parecchio io mi viveva in occupazioni le quali poco tempo libero in verità mi concedono, per impiegarlo in cose a cui mi son dedicato solo per diletto, all'inaspettata una provocazione assai pungente d'un incognito avversario è venuta a turbare la mia quiete (1): l’erve ca nen vûoj, a lûorte nasce!
In sulle prime rigettai il pensiero di rispondere e di difendermi dalle ingiurie d'una penna non generosa, rimettendo tutto il giudizio di quell’agra filippica al buon senso del pubblico intelligente, ma riflettendo poi che val meglio alcuna volta avvalersi del proprio diritto, mi son determinato a scendere nell'agone e a dire tutto il mio pensiero su tutto quello che si è dato d’osservare: már’a cki ‘nze gratte c’ l’ogna suja stesse !
Molto arduo in verità appare in sulle prime il compito di rispondere a chi, volendosi assidere arbitro, almeno per Foggia, in una questione Pur essa ardua o su cui gli studj operosi, pazienti e severi che si vanno facendo da uomini eminenti nella scienza filologica, fanno argomentare che l'ultima parola non è ancora detta, vi si presenta non digiuno di cognizioni proprie della materia che tratta, com'egli suppone di me, presumendolo dalle poche composizioncelle pubblicate finora, come se per meritarsi il nome almeno di studioso di filologia, ci sia bisogno assoluto d'averla appresa dalle panche d'una università.
Curiosa questa davvero, che chi ha pubblicato una sua produzione, sol perchè non l'ha fatta precedere da nessun trattato filologico su l'indole e sui pregi dell'idioma in cui l'ha scrittto, debba ritenersi digiuno di siffatti studj e, nel caso nostro, debba meritarsi il nome ingiurioso di svisatore della fisonomia e traditore del carattere del dialetto, sol perchè quelle produzioni e le postille illustrative annessevi, e qualche modesto articolo pubblicato non hanno incontrato il gusto di un critico sereno!
Cercherò intanto di procedere alla difesa degli appassionati attacchi mossimi, non certo con la vastità d’erudizione che dimostra d'aver lui, il mio poco garbato avversario, ma sicuramente con maggiore criterio oggettivo: e se, contro il mio proposito, mi dilungo un po’, questo devesi alla necessità di liberarmi dalla confusione che il mio critico m'ha creata tra folklore e dialetto, su cui forse parlerò a modo mio in altro lavoro. Ed è per ciò che adesso non rispondo direttamente a pienamente a certe difficoltà che mi si sono presentate nello scritto del signor X, il quale ora è venuto a mettere in mostra la sua conoscenza del nostro folklore, pur continuando a trattarne sotto il medesimo titolo di questione dialettale (!) Intanto facimec ‘a croc’ e mmenameci- abbasce!

(1) Vedi sull’Aurora del 1. e 15 settembre 1894, anno II. num. 15, l’articolo intitolato «Foggia e la questione dialettale».

I

L'esordio che il mio avversario premette all'articolo Foggia e la questione dialettale, gli serve da comodino per insinuarsi in una violenta critica dialettologica cittadina, a scopo evidente di affogare i miei primi generosi tentativi di poesia in dialetto foggiano; e che vada così la bisogna, ce ne porge occasione a pensarlo lui stesso, quando, mentre loda i sonetti della crucesella, i quali anch'io ammirai e che, se mi si fosse porta l’occasione come ora, di manifestarne pubblicamente la mia compiacenza, tanto più sinceramente l'avrei fatto, per quanto grande è in me il desiderio di veder rifiorire la nostra letteratura dialettale, più giù esce nelle seguenti espressioni: « più che sciupare tempo ed inchiostro nella soluzione di sciarade filologiche ed in arzigogoli più o meno poetici, è utile e necessario studiare la vita del popolo, narrarla in buona prosa e di raccogliere le parole ed i motti che ogni dì suonano sulle labbra del volgo: lavoro proficuo e tutt'altro che umile, richiedente grande pazienza ed accuratezza ».
Questa critica sconcordante dice abbastanza come si sia partito da un preconcetto affatto parziale e più che soggettivo, e manifesta un vero attentato ad un logico ragionare.
Egli, l'ardimentoso critico, si domanda, dopo d'aver dato uno sguardo generale alla coltura letteraria popolare di varie regioni e paesi d'Italia, e specialmente alle poesie del Meli: « Ora possiamo noi asserire che il nostro dialetto ha una letteratura e, se non ce l'ha, che può proprio adesso elevarsi ad onor di letteratura? la risposta è chiara se si considera che noi non abbiamo delle composizioni caratteristiche. » Non ce l'abbiamo: dunque è impossibile! Eppure con la più piccola dose di buon senso in nome del quale egli protesta contro i miei attentati, ognuno vede chiaro che quello che non s'è fatto ancora, potrà farsi un tempo. Piuttosto egli, osservando la natura del dialetto e lo spirito che lo informa, avrebbe potuto dirci se si potessero sperare in tempo anche lontano le composizioni caratteristiche: e allora la questione sarebbe stata differente; ma egli non l'ha fatta, ed io mi risparmio dal toccarla minimamente. Ma, adagio! egli ci dice pure che si può « mostrare coi fatti come uno studio del nostro idioma si può felicemente tentare » - In che modo?« Viste fallite le prime pruove di studii dialettali, quel che ci resta a fare, è l'accingersi alla compilazione di un nostro folk-lore che sarà la base su cui con l'andar degli anni si potrà fondare un lavoro storico, filologico, letterario. » (1)
Questo sì può dirsi, che la compilazione del folklore potrà essere la base d’un lavoro filologico, letterario e storico specialmente, per potersi ricomporre la nostra demopsicologia ed anche perchè, avendo sott’occhio tutto quel materiale, si potrà giudicare con molta giustezza oltre che dell’indole del popolo e della sua capacità morale ed intellettuale, ancora dalla forza e valore del suo linguaggio, e si potrà avere quindi un campo assai vasto per gli studj di lingua: ma non è logico inferire come vedremo appresso, che la mancanza di questa preparazione costituisca una pregiudiziale contro l’elevazione del nostro dialetto a letteratura, poiché in tal modo pensando, tenuto conto della sua affermazione che a noi manca una letteratura, l'attenuante del tentativo di là da venire potrebbe felicemente compromettere il risultato della tesi; e allora? . . . remòr de fûorc’ e ssenza láne!
Egli accenna pure al lavoro del Cossa su alcuni canti del popolo martinese, nei quali la bellezza e la vivacità delle immagini anch’io non potei non ammirare; ma che il Cossa non sia « stato preso dalla febbre di voler fare una letteratura del suo dialetto che pur ha tanta dovizia d’immagini e di frasi », non vuol dire che se l'avesse fatto, avrebbe dovuto meritarsi le intemerate della sua critica demolitrice, perchè a parte la grande conoscenza che egli osserva d'avere il Cossa del suo dialetto, approva che da tale febbre non sia stato preso. Dunque per lui o non si ha da tentare d'elevare il proprio dialetto a letteratura, o lo concede solo quando sia pronto quel lavoro di preparazione; come se i tentativi che si vanno facendo ora, non costituiscano essi stessi terreno preparatorio: ed anzi dice di più, che bisogna determinarsi a narrare in buona prosa la vita del popolo e a non sciupare tempo e inchiostro nella soluzione di sciarade filologiche e in arzigogoli poetici, come se questo lavoro escluda quello delle esercitazioni dialettali. Come siete prodigo nel dare suggerimenti, o mio frettoloso avversario! Salamone se pegghiáve ciente ducáte p’ nu cunzigghie! . . .
Quella preparazione lenta, paziente, accurata e secolare a cui voi fate appello, potrà bensì fare da complemento ad una letteratura dialettale, come potrà pure servire di sostrato, mentre un tale lavoro procede con la sua lentezza secolare, alle composizioni varie, ad un lavoro parziale insomma, il quale ben fatto, con tutti i caratteri essenziali d'un dato dialetto, potrà benissimo, se lo merita, procurargli appunto l'onore di letteratura.
Ma non bisogna pero affrettarsi nel dare un giudizio cosi sfavorevole a questi tentativi: è il tempo il gran dottore che dovrà sentenziare di ciò, poiché non è buona cosa deporre così male d'una letteratura dialettale scritta, che appena conta circa tre anni di vita, manifestata in un numero assai scarso di produzioni, le quali non arrivano che ad una quindicina in tutto: si stám ancòr’ a ppán de gráne! Parlo per altro di produzioni pubblicate da solo tre dialettisti, giacchè v'ha tra noi qualche altro che non ci ha procurato ancora il piacere di farci leggere qualcuno dei suoi molti sonetti, mentre quelli che hanno pubblicato qualche cosa, molti altri lavori conservano inediti. C'è fra questi l’amico mio Michele Accinni che ci ha regalati due soli sonetti, il secondo dei quali ('a premere) mi è parso migliore del primo e rivela in lui un buon artista del dialetto ed un conoscitore della vita vera del nostro popolo.
Voi non amate, come tutti, le cose imperfette, ma se intanto le cose perfette possono aver luogo solo dopo che, provando e riprovando, un lungo lavoro ci avrà portato al conseguimento del fine a cui in principio si mirava, (fatto che si verifica in tutti gli ordinamenti e svolgimenti della vita sociale, domestica e individuale), noi non dovremmo mai incominciare a scrivere in dialetto, perchè con la perfezione non si comincia e se dobbiamo aspettare per determinarci a farlo, che sia pronta quella tale preparazione secolare.... aspîette ciucce mije, quanne vèn’a pagghia nove! Ricordatevi del proverbio che dice : il meglio è nemico del bene; e dopo d'averlo considerato, cambierete battuta certamente: Campe ghogge, ca cráje Ddij pruvète!
Dite ancora ad avvalorare l’assurda premessa, che « non possiamo arrogarci il vanto di un grande o minuscolo scrittore dialettale da additarsi oggi qual tipo, nè abbiamo delle forti creazioni da porre accanto ad una del Meli o di qualche altro poeta dialettale di second'ordine. »
Che non possiamo arrogarci il vanto di un grande scrittore dialettale, ve lo concedo pienamente: ma d' altronde non avete lodato voi quei due sonetti della crucesella? e non la credete, almeno lei, degna di additarsi come un tipo minuscolo del genere? E perchè parlando di lei accennate, ammirandoli, a quei soli sonetti suoi e non fate parole di altri due dal titolo « spartenza amara », riboccanti di affetti, di sentimenti delicati, di vita viva popolare, i quali, secondo me, sono più di quegli altri due degni di menzione, quantunque questi sieno più correttamente scritti?
Riguardo poi alle forti creazioni, senza badare se ce l’abbiamo o no tra i canti popolari, certamente voi ne fate uno cosa distinta dalle composizioni caratteristiche; e se la mancanza di queste toglie ad un dialetto il merito di essere elevato a letteratura, forse non lo potrà la mancanza di quelle. E non sono caratteristiche, esprimenti lo spirito del nostro popolo, quelle composizioni da voi riportate ed altre che forse pubblicherete nella continuazione di quel lavoro? Per me sta che voi avreste dovuto determinare quali sono le qualità che si richiedono perchè una composizione si ritenga caratteristica, acciocchè noi fossimo convenuti pienamente nella vostra opinione.
Adesso notate come vi contradite.
Voi affermate che o noi « non solo manca una letteratura dialettale, come la vantano Torino, Napoli, Palermo, Venezia ed altre città, ma altresì, ciò che è più, questo lavoro necessario di preparazione» , cioè « l'assoluta mancanza di un lento paziente, accurato, secolare lavorio in raccogliere le tradizioni cittadine, le fiabe, le novelle, le voci, le frasi, i proverbi, le sentenze, ed in istudiare in pari tempo i nostri usi e costumi popolari e le loro storie o traverso le non poche invasioni di popoli più o meno barbari ….» Questo non mi sembra un argomento giusto per lo svolgimento della vostra tesi, non solo perchè anche senza di siffatta raccolta chi vive in mezzo al popolo ed ha buona disposizione a poetare, ed ama farlo nella lingua del popolo, può servirsi benissimo di concetti popolari in rapporto ai bisogni, alle tendenze, alle aspirazioni, ai sentimenti tutti del popolo, fondati magari sulle sue tradizioni, e rilevarne i costumi; ma pure perché dei paesi i quali già vantano da un pezzo una letteratura, se alcuni di essi hanno già avuta, almeno in parte, lo fortuna d'un raccoglitore delle loro tradizioni, gli altri appena oggi si possono compiacere di avere chi vi attenda.
Or qui osservo, che se voi riconoscete l'esistenza nel nostro paese di tutto quel ben di Dio che costituisce appunto il patrimonio d'una letteratura popolare, come va che affermate solennemente che a noi manca una letteratura? Se voi dunque mi negate l'esistenza dello nostra letteratura popolare, venite a negare eziandio la vita del nostro popolo. Ma il popolo di Foggia, tacendo delle particolarità del suo parlare e dello spirito che lo distingue dagli altri, il quale mi pare che si possa notare bellissimo nella mia produzione illustrativa del detto popolare « Brutt' erve, brutta ggente! » (2), ha dei costumi suoi proprj, differenti da quelli di altri paesi; e questo basta da sè per affermare l' esistenza della nostra letteratura popolare. Manca sì lo la raccolta di tutto quel materiale, ma non manca una letteratura, quantunque rozza, per quanto vogliate dire, e quantunque di essa non ci restino che ruderi, all'eccezione di molle e molte cose che vivono sempre fresche su le labbra del popolo, delle quali venite dando dei saggi. Ciò vi dimostra che se non abbiamo ancora una letteratura popolare scritta ed un poeta nostro popolare, possiamo benissimo pigliare un posticino tra quei paesi e regioni che vantano una letteratura anche semplicemente tradizionale. E fermandoci su la distinzione dello studio d'un dialetto in filologico, letterario e storico, vi faccio osservare che niente di tutto questo è assolutamente necessario per comporre un lavoruccio in dialetto, il quale, se appare censurabile dal lato artistico, non per questo chi si è dilettato a farlo, deve meritarsi il rimprovero d'ignorare quegli studj e con esso la sentenza di fallimenio. Può uno ignorare tutto ciò e darci uno bella produzione dialettale: basta che l'indole del dialetto sia fedelmente rispecchiata.
In quelle mie produzioni io non ho invitato alcuno a rintracciarvi espressamente un lavoro storico, (quantunque rilevando i costumi nostri questo pure ci entri un poco), nè un lavoro filologico, (sebbene qua e là abbia cercato di assegnare qualche etimologia più o meno esatta di certe parole), nè tampoco il lavoro letterario propriamente detto: quello che in esse vi ho presentato, non è che un lavoro di lingua, nel quale gli studiosi possono notare lo bellezza del nostro dialetto e tutti quei pregi necessarj per dichiararlo degno d'essere elevato a letteratura.
Forse il soverchio zelo mi avrà potuto ingannare, e forse non sarò riescito a mettere bene in evidenze tali pregi; ma in questo caso, giacchè anche voi osservate che il nostro dialetto abbonda di bellezze e di immagini poetiche, e che « il popolo della nuova Arpi ha affetti e sentimenti larghi e smisurati come i suoi campi, aurei come le sue spighe, » sono disposto (purchè abbia veramente torto), a fare il sacrifizio di dire di me, che nen eje lu curtîelle ca nen tagghie, ma lu manecone ch' è fiacche! e non oserò di affermare per questo, che non abbiamo uno letteratura, o che non meriti il nostro dialetto tanto onore.
E ditemi un po', è assolutamente necessario che preceda la preparazione folklorica, perchè qualcuno si decida o scrivere in dialetto? ne siete proprio convinto? Allora su, diamo di frego ai nomi di tutti i primi poeti dialettali del globo, perchè nessuno di essi ha incominciato a poetare dopo di siffatta preparazione; e voi stesso lo dite che l'impulso di tale studio ci venne dall’Inghilterra, la quale vantn dal 1885 una Società della Nuova Scienza delle tradizioni popolari, detta Folklore.
O poveri pöeti dialettali
dei secoli passati,
o poveri poeti dialettali
della prima metà
del secolo morente,
son tutti i vostri meriti sfatati,
e più voi non valete
di fronte a questa logica crudele!
Povero abate Meli,
del quale riverente il bravo critico
elogia gli alti meriti,
meglio per te se avessi pöetato
soltanto nella lingua nazionale,
di cui quel cattedratico
non è venuto ancora
ad assegnerci i limiti più giusti
del suo cominciamento !
Ma se egli ti ha lodato
e se egli ti ha ammirato
col Porta, col Brofferio e col Capasso,
e col Goldoni ancora,
e se egli te con questi
chiama pöeti grandi dialettali,
oh, la grazia speciale che vi fa,
a danno della logica!
di che siategli grati,
poichè l'orgoglio a poetar vi mosse,
quando non esisteva,
non era ancora nata
la scienza del folklore !
Non è questo un giusto argomentare su lo premessa, che non può sorgere una letteratura dialettale, là dove non esista la preparazione folklorica ?- Ki tante fategáje nt' a nu sacche se truváje !
E poi, se il mio critico, come si vede, conosce la Rivista delle tradizioni popolari italiane, per farei quella lezione e per richiamarci a quello studio, egli, il riformatore dello studio del dialetto col nuovo metodo a base folklore, avrebbe potuto notare che, occennandosi su d'un fascicolo di esso ai folkloristi, se ne numerano parecchi i quali sono stati semplicemente poeti dialettali, cioè di quelli che si sono serviti del loro dialetto per rilevare in versi i costumi, le usanze, le favole, le credenze, i proverbj ed altre tradizioni cittadine.
E che cosa sono mai in generale le mie povere cosette pubblicate e alcune altre inedite, le quali non mi si è data l’opportunità di pubblicare, se non la vita del nostro popolo, il folklore del nostro paese messo in versi? E le voci dei venditori, e le prime due strofette del N'or de notte, (3) e i versi jocca jocca ecc. dell' A neve, (4) e parte delle prime due strofette dell' U fridde (5) non appartengono al folklore ? e non vi appartengono certi proverbj e modi di dire tutti nostri caratteristici, i quali si ritrovano nelle mie composizioncelle ed in questo mio lavoro di risposta al suo scritto, messi qui come chiuvetîelle? E la raccolta che vado facendo di voci, frasi e proverbj, non sono pur esse un folklore vivo, parlante?
E se egli parlando di tale Rivista, v' ha notato che da ogni parte d'Italia si concorre o dare il proprio contingente per la riedificazione della grande leggenda italiana e per « cavar fuori l'anima continua del popolo dal suo fondo tradizionale », (6) (poichè a questo mira come fine prossimo il lavoro di raccolta delle sparse tradizioni, mentre come fine remoto mira ad un nuovo riordinamento sociale, più conforme ai bisogni delle popolazioni), come va che non accenna neppur di volo a quel pochino ch' è stato pubblicato di mio su quella Rivista? Eppure il mio nome l'ha dovuto leggere nell' elenco dei membri di quella Società, e qualche cosa al riguardo da me raccolto l'ha quivi dovuta leggere; ma egli tace, che se l'avesse detto, non ci sarebbe stata ragione di presentarsi lui quale condottiere, scalzando il mio signor me, e di fare soltanto un appello per la pubblica stampa perchè quel lavoro si fosse fatto da noi, sibbene nel suggerire ciò e nel dare dei saggi, avrebbe potuto pure incoraggiare chi vi si è accinto, a continuare, trattandosi d'un lavoro che ha un campo vastissimo più che non si creda, ed essendovi da mietere per tutti i volenterosi: nu poche pedune ne godne l’angele !
Ora sappia, che di altri scritti ho doto comunicazione, i quali non sono stati ancora pubblicati, (7) tra cui le ariette popolari sui dodici mesi dell'anno, ed un materiale discreto ho già pronto, il quale vado spedendo un po' per volta; ma l'incoraggiamento mi basta per altro che mi venga dallo stesso professore De Gubernatis, il quale in una lettera mi scrive: Il folklore di Foggia mi piacerà assai che venga raccolto da lei.
È questi quel medesimo prof. De Gubernatis che voi, signor X, dopo d'averne riconosciuto la competenza in istudj simili, offendete col dire che « il brav'uomo in buona fede se le ha prese per moneta contante » le mie composizioncelle infelici e originali, se queste si sono aperte il varco fino a lui o a qualche altro appassionato di questi studj. O egli è competente davvero, e allora non ha potuto pigliarsele in buona fede, o non lo è, e allora non c' è ragione di tonta rammaricarsi. Eppure i miei lavorucci hanno meritato veramente elogi di persone competenti, fra cui un rinomato dialettista napolitano, il quale affermò al Direttore dell' Aurora, che la mia poesia « 'A neve» era stato il primo componimento dialettale ch' egli aveva letto con piacere, per la sua naturalezza, pei sentimenti tutti popolari e per la stessa grafia!
Che quel silenzio intorno alle mie comunicazioni folkloriche date alla Rivista debba attribuirsi al niun conto in cui voi l'avrete tenuto, ritenendole pur esse svisate, false e forse anche inventate, per ingannare la buona fede del De Gubernatis, come 1'avrò potuto ingannare, secondo voi, se gli ho fatto pervenire quelle produzioni originali e infelici ?
Ma vengano pure gli altri, ma ben venuto anche voi, o bravo legislatore del nostro dialetto, ad alleviarmi la fatica, oppure a togliermela di mano! Non ne sono geloso, chè al fine utile io miro, non ad un'effimera vanità.
Vero è poi che tutta quell' esposizione folk lorica che venite facendo a spese di una questione dialettale, sia un lavoro ben fatto, degno di nota e di lode ancora, e che si trovi logicamente connesso col vostro pregiudizio, che esso debba assolutamente precedere lo studio del dialetto, e nello stesso tempo si contradica con lo vostra affermazione che «a noi manca una letteratura » : ma quando si consideri che lo studio del folklore è ben distinto da quello del dialetto, apparisce evidente che in una questione dialettale pura e semplice, il folklore (come lo trattate voi), c'entra come i cavoli a merenda:
zomp' 'u cetrùl e vváce .... n-cáp' a l'urtuláne!
A me mi pare che voi abbiate voluto assumervi, con questa esposizione folklorica, l'ufficio di paraninfo, consegnando lei, la canzone popolare, fresca e belloccia, ad un vecchio che si chiamo dialetto, il quale al suo appressarsi, sfiduciato Fausto imprecante al duro fato, si rinnovella e piglia anch'esso nuovo vigore; e da tale unione fate nascere quella che chiamate questione dialettale!
Ed affinchè le vostre osservazioni non sembrino mere asserzioni, eccovi all'opera demolitrice di quel pochino che s'è fatto da me, per dare al pubblico un saggio di quanto valete in una questione dialettale. Ma ... doppe nzuráte s’ammoscen' i ragghie!
Vediamo.

(1) Aurora del 7 ottobre l894, anno II. num. 16 - Questo periodo del mio avversario mi autorizza a non aspettare la fine del suo lavoro in continuazione, per rispondergli, poichè rivela di non aver egli altro da ridire sul conto delle mie produzioni dialettali, e non di altro or egli occupandosi, se non dell'esposizione dei nostri canti popolari. Noto qui che la critica fatta dal mio avversario alle mie produzioni in genere ed al «N’or de notte» te , in particolare, si contiene tutto nel primo articolo, all'infuori di questa osservazione che trovasi nel secondo, come suggello di quanto ha detto prima.
(2) Aurora = Anno I. num.7, (31 agosto 1893).
(3) Aurora, anno II, num. 9, (18 Maggio 1894.)
(4) Ivi numero 3, (1 Febbraio 1894.)
(5) Ivi num. 5, (1. Marzo 1894.)
(6) A. DE GUBERNATIS nella Rivista delle tradizioni popolari italiane. Anno I, Fascicolo XII, pag. 892.
(7) Vedasi in fine del XII fascicolo l'Elenco degli scritti che la Società ha ricevuti per la Rivista ed ancora da pubblicarsi.

II

Voi venite a dare il vostro giudizio generale, complessivo su l'opera mia, e dite di me con la più solenne autorità: « Senza un punto di partenza e non prefiggendosi alcuna meta costui nonchè raccogliere voci e frasi, come gli si era suggerito, è stato preso da certa febbre filologica che struggendolo a poco a poco, l'ha portato fino al delirio poetico ». Davvero vi mostrate abbastanza informato dell'indirizzo col quale io proceda in questi studj, con quali criterj vi lavori ed a che cosa miri! Come sapete voi che è stato suggerimento di qualcuno il lavoro a cui mi sono accinto da parecchi anni, sempre a tempo perso, di raccogliere voci e frasi ?
Un suggerimento simile, dici- a Gghiele, mai da nessuno m'è venuto, sibbene parecchi m'hanno ajutato e m’ajutano nel lavoro da me impreso, e qualcuno di questi m'ha suggerito di darlo alle stampe, dicendomi che avrei fatto un'opera proficua a vantaggio degli studj linguistici. È vero che di cosa nascendo cosa, son passato ad occuparmi un poco di filologia dialettale, e poi in qualche esercitazione poetica del genere: che anzi fu appunto lo studio filologico che mi determinò a quella raccolta, la quale finora ha raggiunta la cifra di oltre 3000 frasi e di circa 2000 proverbj, senza contare le semplici parole; e ciò per la necessità di aver sott’occhi possibilmente tutti gli individui linguistici di una certa classe, affinchè nel determinare o una regola o una legge etimologica e fonologica, la mancanza della riprova in tutti e singoli i casi determinandi non avesse dato un risultato illusorio: (1) ma che ciò poi l'abbia fatto assalito da una certa febbre e con delirio, l'è una insinuazione che sdegnosamente ed altamente rigetto con tutto le altre di cui è piena quella violenta critica Ma ... cavalle gastemát’ ‘i luci- 'u pile!
Osserviamo adesso con quanta serenità giudicate i miei lavori, e fermiamoci specialmente alla composizioncella diffamata. Leggo: « L'autore vorrebbe far passare per ritornello la voce che dà ogni fruttivendolo ed ogni altro venditore per spacciare la propria merce, ed è poco o niente conoscitore dell'arte del verseggiare. Nei citati versi in fatti si notano alla rinfusa e per giunta senza rime nella stessa strofa novenari, ottonari, settenari e per fino senari, con un'abbondanza ora di vocali come l'eolico, ora di consonanti come il tedesco. Che stonatura in questi due versi che pur dovrebbero rimare tra loro ed avere un numero eguale di sillabe:
E li guagliune lore
lucculejn' i cozzla chiene ! »
Or diterni, questa sola composizioncella avete letta delle mie? Non lo credo, perché vi confessate conoscitore delle altre, quando nel parlare di tutte le mie produzioni, dite che esse « non riflettono affetti, sentimenti, idee e bisogni popolari. » Dunque le conoscete tutte; e se è cosi, io vi domando, se tutto quel miscuglio di versi senza rime e di differente metro nella medesima strofa, lo trovate d'applicare anche a quelle produzioni di cui non avete impreso l'esame sereno. Ma voi non potete osare d'affermarlo, (quantunque lo confermiate implicitamente, quando nel richiamare l'attenzione degli studiosi su gli ultimi miei attentati contro l'arte, fate supporre l'esistenza di precedenti attentati); e se nessun termine si deve prendere nella conclusione più universalmente che nelle premesse, non è lecito dire che per aver io sbagliato, puta caso, certe norme del verseggiare in una poesia, tutte le altre debbano cadere sotto la medesima censura.
Ma fermandomi alla composizioncella incriminata, io vi dico che m'è piaciuto d'essere un po' libero e bizzarro, non per un qualsiasi capriccio, ma per tentare l'imitazione di certe strofe di qualche poesia popolare tradizionale; e mi fa meraviglia che siffatte osservazioni mi si muovano in tempi d'anarchia non solo in politica ma anche .... in letteratura! E poi, per quanto capricciose sieno le mie strofe da voi riportate, dalla cui mutilazione perpetrata in mio danno meglio appare l'assenza delle rime e del nesso logico, le assonanze o false-rime che vi si notano, non le calcolate? Ma via, avreste potuto supporre, voi tanto intelligente, che scrivendo in dialetto, io abbia voluto accomodarmi una volta tanto ad una certa maniera di verseggiare del popolo.
Vi sarete scandalizzato, che abbia fatto rimare «luntáne» e «Pasquále», «sacche» e «spalle», «voce» e «core», e non vi siete avveduto che nelle strofette del popolo che segnai in corsivo, rimano «notte» e «porte», «caravone» e «lore»! Riguardo ai due versi poi nei quali avreste desiderato la rima ed il numero eguale di sillabe, vi rispondo che per quel lavoro non m'è piaciuto farlo, come il popolo non l'ha creduto necessario per molti versi di tante sue produzioni. Eccone una prova nella strofetta della ninna nanna riportata da voi dimezzata:
Sûonne sûonne - da luntána vîene !
Vîene che mme San Giorge cavalîere!
Vîen' a ccavall' a nu cavalle bianghe,
C' la sella d’òr’ e cc' la vrigghia d' argîente !
Vi fo notare che quel «bianghe» da me sostituito al vostro «janco», l'ho appreso co’ miei orecchi, poichè non è strana cosa che il popolo cerchi di ringentilire certe parole, specie nel canto e dove l'armonia ritmica e l'eufonia il richieda; e voi stesso ce ne porgete molti esempj nei canti da voi trascritti. Non insisto su quel «bianghe», poichè per accertare un fatto linguistico, ce ne vuole di lavoro paziente!
In questa strofetta dunque non ci abbiamo che le sole rime interne nel secondo e terzo verso, in posizione opposta alla rima del primo verso, mentre poi vi si notano le assonanze.
È precisamente il contrario di quello che abbiamo in questi distici d'un' altra ninna nanna.
Santa Necole nem-buleve menne:
Vuleve carte, calamár e ppenne !
Santa Necole 'm-buleve mennuzze:
Vuleve turcenîell' e ppanettuzze !
Santa Necole ’m-buleve canzune;
Vuleve patrennûost’ e rrazzijune!
Lo stesso abbiamo (mi si perdoni lo prolissità), in quest'altri distici pieni di cinismo, che si ripetono da qualche bell'umore al suono delle campane, specialmente di quelle della cattedrale:
Vocia sante, vocia bbone:
Foca n-cann' a cki la sone!
Vocia sant, vocia pussente :
Foca n-cann' a cki la sente!
Vocia sante, vocia flice :
Po' esse sant' a cki lu dice!
Segnòr’ a tte t' lu raccumanne;
Mo c' ascenne Vecîenze, na foca n-canne !
Vi presento ora una massima (poco cristiana in verità), la quale si recita segnandosi:
(alla fronte) 'N-te ntreganne:
(al petto) 'N-te mpeccianne:
(alla spalla sinistra) ‘M-pacenne máj bbene,
(alla spalla destra) Ca ‘n’ t’ attocche male!
In essa si osserva lo rima baciata nei primi due versi, quando i due seguenti non presentano nè l’assonanza, nè lo dissonanza, come i miei incriminati.
In quest' ultra strofetta riportato da voi intera, abbiamo la rima e l’assonanza alternate :
Vurrije ca chiuvessre maccarune.
E na muntagne de cáse grattáte!
Li prete de la stráte carn’ arrustute:
E l’acque du lu már vìn’ anneváte!

Eccovi finalmente una strofetta, nella quale oltre all'assenza della consonanza si nota la diversità del metro molto spiccata.
Quando incomincia a piovere, i rugazzi gridano per le strade:
Chiova chiove!
E tatà è jute fore!
È jute senza cappe!
E Mmadonn mantîene l'acque!
Abbiamo qui un verso quaternario, un settenario e due ottonarj, i quali corrispondono alternati nella
strofetta, come il mio verso:
Lucculejn’ i sarakîelle
corrisponde nel ritmo al suo verso ulternato seguente:
Lucculejn’ i cozzla chiene;
mentre il verso:
E li guagliune lore
corrisponde pure nel ritmo all'altro verso alternato precedente:
E l'ati fruttajûole.
Difatti io ve li ho presentati scritti così:
a) E l'ati fruttajûole
b) Lucculejn’ i sarakîelle,
a) E li guagliune lore
b) Lucculejn’ i cozzla chiene.
Distaccati come li riportate voi, sono tutt'ultra cosa.
Dippiù nei versi citati del popolo abbiamo rimati «chiove» e «fore», «cappe» e «acque»: tutte assonanze. Ma anche lasciandoli così distaccati quei due versi miei, vi faccio osservare che nei versi del popolo trascritti nel mio « N' òr de notte» abbiamo i seguenti:
Ki váce n-cumpagnije,
Tròv' la morte pe la vije;
i quali si trovano in rapporto al ritmo nella stessa posizione dei miei incriminati:
E li guagliune lore
Lucculejn’ i cozzla chiene.
Abbiamo un settenario ed un ottonario in quelli: un settenario ed un ottonario in questi.
Rispetto alla rima poi che pretendevate in questi versi, quando non bastasse quello che ho già detto, vi fo notare che essa apparisce chiara e identica per giunta nel verso seguente, ossia nel primo del ritornello:
Che bbella cozzla chiene !
Potreste qui farmi l'osservazione appunto sullo ripetizione d'una parola a rima baciata, quantunque si riscontri nel ritornello, come me lo chiamate voi, ma venendo questo cantato, un certo distacco che non isgradisce, lo si nota certamente, E poi di rime simili non s'incontrano in parecchie strofette popolari? Eccovene un esempio:
Ninna-ninne - ninna-nanne:
Sta bbella figghie la cante la mamme!
Ninna-nanne: si’ ffigghie de tre mmamme:
Figghi- a Mmarij’ a Mmatalèn’ e Ghanne!
Ninna-ninne - ninna-nanne:
Figghie de Princep ' e ppersona granne !
E riguardo al misce di versi in una medesima strofa di cui mi rimproverate, non l'avete osservato anche nella strofetta popolare:
Tezzòn' e ccaravone:
Agnùn’ agnùn’ a’ case lore,
Ki váce n-cumpagnije,
Tròv' la morte pe la vije!
in cui si notano un settenario, un novenario, poi un altro settenario e finalmente un ottonario? e nella strofetta precedente pure popolare, non si notano un quaternario, un settenario e poi tre quinarj ?
E sia pure che io abbia errato, non mi par giusto che per un verso senza rima ci sia bisogno di sciupare tanto inchiostro e tanto tempo, che dev’essere certamente assai prezioso per chi mostra di poterlo occupare più efficacemente in questioni assai più importanti, quando di versi sbagliati in rapporto all'accento, a bizzeffe ce ne regalate voi nella trascrizione dei nostri canti popolari, e quando oggi ne leggiamo tanti anche nelle poesie italiane; e parlo di quegli sbagli che non possono ritenersi errori di stampa, come ci è accaduto di notare, non è molto, in alcuni sonetti di uno che si firma professore.
(1) Una delle difficoltà più gravi d'un dialettologo è appunto quella di determinare le leggi foniche del dialetto che imprende a studiare, onde avviene che mentre gli sembra d'esser sicuro d'averne determinata qualcuna, ad un tratto una, due parole che vi si oppongono, gli si piantano davanti come punti iuterrogativi, quasi gli dicessero: e nnuje che cce stam’ a ffà? e lo fanno arrenare: (a lu megghie d’ lu bballe se spezz’ la corde !): ma chi è dotato d’un lembo di pazienza benedettina, provando e riprovnndo, verrà a capo di qualche cosa. Questo proprio è avvenuto a me più volte, specialmente quando mi fissai di ritrovare la legge fonica dell’a che si pronunzia a guisa dell'eu francese. Vi riuscii però dopo d'aver scritto tante osservazioni, dopo d'aver fatte e disfatte regole lunghe, con parecchi corollarj, finchè la ridussi a poche parole, proprio come dice il Conti che «nelle lettere come nelle arti e nelle scienze, una semplicissima verità, detta semplicemente, ci vuoi più tempo a scoprirla e vale più assai che non un vespajo di sistemi,» (Cose di storia e d'arte. Del Duprè o dell' Arte: I. Dialogo, pag. 250)

III

Veniamo alla quistione del ritornello, come me lo chiamate voi, ripeto, poichè io lo chiamerei piuttosto intermezzo, corrispondente proprio al distacco che ho voluto intromettere tra una strofa e l’altra.
Ce l’abbiamo invariato nello canzone « ‘E cerase !.» di S. di Giacomo, e ricorre duplicato in fine d’ogni strofe, come vero ritornello: «‘E cerase !.. ‘E cerase!. »; e non so bene se ce l’abbiamo variato come intermezzo in altre canzoni popolari. Comunque sia, certo è però che io l’ho adoperato la prima volta nel mio « ‘U fridde », il quale pubblicai nel numero del 1. marzo di quest’anno su l’Aurora. Certamente voi l’avete letta quella mia composizioncella composta di otto strofette tutte di sei versi ottonarj rimati, e potreste dire di essa riguardo all’ intermezzo di due versi accoppiati e rimati, e varianti per ciascuna strofetta, quello stesso che avete detto per la poesia da voi serenamente esaminata?
Non potendo attestare dell’esistenza di canzoni con l’intermezzo variato a base voci di venditori, è giusto che non possa servirmene come argomento di giustificazione; e allora vi domando: se io ho voluto fare una novità, se ho voluto dare una produzione che fosse insieme poesia e musica alternate, son per questo meritevole di tutti i fulmini della vostra collera? Discutetela piuttosto questa mia novità, serenamente davvero, portandomi prove schiaccianti, che sieno canoni irrefutabili, persuadendomi dell’assurdo di essa anche nel campo dialettale, specie di quel genere dello « ‘U fridde» e del « N’ òr de notte »: ma badate che ce vonne legne de sett’ cantáre, ca fûoche de pagghi- assáje cost’ e ppoche dure! Poichè non basta soltanto dire che le mie produzioni hanno un’impronta originale, come se l’originalità costituisca per sè stessa una colpa, ma dovete ragionarvi seriamente su, perchè io venga a rinnegarla.
Capisco che quell’ appellativo di originale me lo affibbiate alle mie produzioni per scherno, dandogli il valore di strano: ebbene v’invito alla faccia prove, che se per questa stranezza come per la novità dell’intermezzo avrò torto, allora contrito e umiliato chiederò perdono di tutt’ i miei falli dialettali e con tutte le forze mie griderò: mea maxima culpa!- Ki pecch’ e ppo’ s’ammende, salvus es !......
E che cosa vuol significare quella frase a sensazione, quando nel parlare dei miei versi, dite che essi abbondano ora di vocali come l’eolico, ora di consonanti come il tedesco? Se scrivo nella lingua del popolo, questo devo imitare, e non m’è lecito d’interporre la vocale dov’esso lo sopprime, perchè tra i caratteri del nostro come di altri dialetti, c’ è appunto quello delle elisioni finali ed intermedie, le quali sono alle volte tanto marcate, che una parola così scritta a stento si riconoscerebbe, se non vi s’interponga la vocale o le vocali che il popolo ha soppresse.
Come pure devesi notare, che in una medesima parola il popolo ora sopprime una vocale e ora la lascia stare, a seconda dell’ enfasi, dell’intonazione che dà ad una espressione: così nell’ inserire in una parola siccome parte integrale idiomatica una vocale, secondo abbiamo in « dolece » e « suruvizzie », nel parlare affrettato poi le ammorza in « dolce» e « sruvizzie ».
Se voi riconoscete l’importanza degli studj dialettali, dovete convenire che il dialetto si studia non solo come arte, ma anche come lingua, e però come studio filologico si mira pure a rintracciarvi l’etimologia. Ma « l’etimologia », vi dirò col Diez, « ha il suo fondamento scientifico nella fonologia ; ad ogni passo che fa, l’etimologo deve avere questa presente. Accade però che la lingua nel formare o foggiare i vocaboli devii dalle sue proprie leggi, e si lasci condurre dal senso dell’ eufonia e della convenienza, ora evitando o cercando le ripetizione di una lettera, (come da noi in trivle per triduo, truvle per torbido, cuncèse per concesso, garráfe per caraffa, prummesse per permesso, ecc.), ora avvicinando col suono concetti affini, ora cercando distinguere idee diverse e che poco hanno di comune. Queste manifestazioni del sentimento non toccano in ogni caso alla fonologia, ma cadono propriamente nel dominio dell’etimologia». (1)
Ora se la fonologia è fondamento dell’etimologia, quando voi per la frega d’ italianizzare la parola del dialetto, la volete stedescheggiare, addio suono idiomatico, e alcune volte addio pure ricerca etimologica! Questo ve lo dico, perchè quel mio tedescheggiare che anche voi delle volte imitate ora giustamente, ora no, (come in «diavli», «subt’», fann’ mpapocchià, «ascenn’ rirenn’»), e altre volte capricciosamente sconfessate come vedremo in seguito, trova la sua ragione di essere appunto nella fonologia, senza di cui non potete arrivare all’ etimologia d’una parola. Se voi, per esempio, non stabilite che il gruppo nf viene da noi commutato in mp o mb (ma non viceversa), non arriverete a ritrovare in « infetto» l’origine di « mpette » (infetto di cattiveria o, enfaticamente, svelto); e se non stabilite che pià, piè, piò, più, si commutano in chià, chiè, chiò, chiù (e non viceversa), e che se a questa sillaba precede l’ m, la si trasforma in n, e il c si trasforma in g (2) come in ogni parola in cui s’incontra il gruppo nc, non ritroverete in « impiastro» l’ origine di « nghiastre ».
Ancora un altro esempio più difficile. Voi dovete aver presenti più leggi fonologiche, perchè in « vespertilius » (pipistrello) troviate l’etimologia di « spurtagghione ». C’è in primo luogo l’aferesi d’una intera sillaba, poi l’accrescitivo dispregiativo, indi la corruzione dell’e di sper in u e dell’ ilius in igghie, e finalmente il cambio dell’i in a avvenuto per un idiotismo fonico locale, per cui lo vocale della sillaba protonica o antiprotonica alcune volte divento un’ a atona, come in «saciardote», «matarazze», «manzegnore», ecc.
Voi potete benissimo adagiarvi nella comoda convinzione che la mia penuria di cognizioni proprie della materia che tratto, non meriti alle mie noterelle etimologiche e fonologiche alcuna approvazione, e quindi guardarle con la massima diffidenza, ma io vi rispondo col Caix: « L’etimologia non acquisterà pieno carattere ed abito scientifico, finchè non si sarà interamente abbandonato il pregiudizio che per essa vi sia bisogno di sforzi d’ingegno e di particolare penetrazione, anzichè di studio e di osservazione perseverante. Chi cerca trova, e ciò non è men vero nella scienza che nella vita» (3). Mi si perdoni la digressione, e torno o bomba.
L’ abbondanza delle vocali poi dove la notate, se non nelle sole voci dei venditori, dove quelle vocali ripetute rappresentano il prolungamento del suono?
Anzi l’accusa la potrei ritorcere contro di voi, che scrivete « doie » invece di «doje » come scriverei io. Se poi quello j la considerate come vocale, nel vostro «vurrija» avremmo 1’abbondanza delle vocali che forse avete notata nel mio «ncumpagnije». Potrete dirmi che voi, scrivendo « doie », avete cercato d’imitare la scrittura italiana di« noia» (quando così viene scritta questa parola da molti che hanno doto l’ostracismo alla j ); e allora accusate piuttosto lo nostra lingua nazionale d’aver voluto ritenere l’ abbondanza delle vocali alla eolica: abbondanza che diventa mirabile quando, dato il bando alla j (consonante) si scrive « cuoiaio », quantunque in italiano quei due i piglino il volare di consonante! Ma basta, che non intendo d’entrare in una questione di fonologia italiana.
Ma altre osservazioni gravi mi fate su quei versi, dicendo: « Chi non conosce il nostro dialetto ed i nostri costumi, non sa darsi ragione della differenza e del distacco che si scorge tra le due prime quartine e le altre che seguono ».
C’ è la nota, o mio poco benevolo censore, che ve lo spiega, la quale dice così di quelle quartine (cioè di quelle strofette, delle quali la prima, messivi i versi soppressi, uno del popolo e un’altro mio è di sei e la seconda di quattro versi): « Sono versi che vivono ancora tra gli avanzi d’una letteratura che tramonta, nella bocca del popolo» ; e poi il carattere corsivo che voi sopprimete nelle strofette in quistione e nelle voci della venditrice, dicono abbastanza che sono versi e voci non mie, ma riportate.
Possiamo avanti. Voi osservate che nelle scene le quali si succedono dopo il suono d’ un’ or di notte, « la materia era ampia e duttile, ma la mano inesperta », e ne date un esempio nell’ aver io tralasciata la descrizione dei sentimenti interni della «povera ciucrejare che come un’ombra disperata vagola, lei giovane e bella, assiderata dal freddo, per le deserte vie della città » avendo pur lei «un cuore che batte, che freme, che sanguina, pensando alla mamma molata, senza fuoco e senza pane, o al suo marmocchio addormentato su pochi luridi cenci in un’umida, oscura stamberga ». Bellissima descrizione avrebbe potuto risultarne davvero, nè il nostro idioma era povero di espressioni assai scultorie, per farne un lavoro proprio artistico, ma chi doveva obbligarmi a tale lavoro psicologico-descrittivo in una composizione fatta per descrivere semplicemente quello che avviene a quell’ora?
Ond’ è che io non ho inteso d’entrare nei sentimenti intimi che si svegliano nell’animo di chi ode do lontano d’inverno, stando presso il fuoco, in mezzo al silenzio che lo circonda, mentre la gelida tramontana fischia attraverso le fessure d’ una finestra, il suono cadenzato della campana del convento di S. Pasquale; o del fruttivendolo il quale, tra una voce e l’altra, rientrando in bottega, fa i conti della giornata con la moglie, preoccupato per la pigione di casa che ha da pagare l’indomani; o del povero vecchio verdumáre il quale, tormentato in mille modi dai monelli, bestemmia cúm’e nu reteche: e ciò perché il lavoro fatto in questo modo sarebbe diventato un poema, quando invece avrei potuto fare (e nessuno me l’obbligava), tante distinte composizioncelle : « ‘a ciucrejáre », « ‘u fruttajûole », « ‘u verdumáre », «‘u scagghiuzzáre» e « ‘a campáne -Sam-Pasquále ».
E poi la semplice descrizione della « ciucrejáre », per quanto breve come occorreva in quel lavoro, pure vi rivela abbastanza, specie con quel « povra », la vita infelice della poverina. In un lavoro sintetico mi pare, come mi parve quando scrissi il « N’òr de notte », che il soverchio penetrare in un fatto, slimiti i confini che l’arte suggerisce; e specialmente ciò è da osservare in lavori scritti nella lingua del popolo, e quando questo vi piglia parte attiva. Il popolo si contenta bene spesso della sintesi, ed intuisce per sentimento quello che noi affermiamo dopo accurata analisi e riflessione. Con quel « povra » adunque apposto a «ciucrejáre», con quell’aggettivo che, se letterario è pure essenzialmente popolare, posto in relazione con tutta la descrizione della «ciucrejáre», in un componimento sintetico, il popolo vi dice un mondo di cose; e il lettore intelligente che riflette di trovarsi presente od una scena popolare, scritta nella lingua del popolo, deve far sua, magari con la riflessione, la medesimo intuizione del popolo.
Eppure c’è une scena la quale pare fatta come l’avreste voluta voi, della quale tacete, anzi con un « e così di seguito », la sopprimete addirittura dai miei versi da voi così sconciamente mutilati.
Eccola :
Sîente doppe tîempe
La campáne de figghià:
Mboooó! « Salvreggine, Matre mesrecordie, ...
Madonna mij’ ‘ajutle tu!
N-zalvamîente fall figghià,
Senz’affann’ e ssenza pene!
E stu figghie’ c’ a ‘u munne vene,
Accummûogghie d’ogne bbene!
E ssi ‘nn ‘ ha dda ghesse bbûone
E ‘m-bole sent’ i bbûon’ avvise...
Battezz’ e pparavise! »
In nota poi osservo (per quelli che non conoscono i nostri costumi), che quel suono dello campana detta della Madonna, si riferisce ad una « costumanza « che moltissime donne partorienti seguono .... quando sono al momento dello sgravarsi, per implorare ajuto dalla Vergine in quella bisogna, e per invitare le altre madri a pregare per esse ». C’è bisogno poi di commentarla la strofa? ma questo ufficio non tocca a me, sibbene al lettore intelligente, mentre mi sono riservato solo il costume d’illustrare alcune espressioni sconosciute a quei forastieri nelle cui mani fossero capitate le mie cosette. Mi sono determinato poi a descrivere in questa sola scena, fra tutte quelle della medesima composizione, un sentimento intimo, perchè l’unica tra quelle riportate ch’esprima una costumanza particolare del paese, e quella io mirava d’illustrare più specialmente.

(1) Nel Proemio alla E W.’
(2) In un sistema pratico di scrittura dialettale può talvolta tollerarsi, che questa sfumatura fonica venga trascurata; onde io scrivo n-cîele e non come scrissi una volta, n-gîele.
(3) CAIX. Studi di etimologia italiana e romanza. Pag. XXI.

N'ÒR DE NOTTE (*)
(DE VIERNE)

Ndó!... ndó!... ndó!...
N'òr de notte: (1)
L'angel' arrèt' 'a porte;
Marij p’ la cáse;
'U mále ghesce,
E ‘u bbûone tráse!
Tezzòn ' e ccaravone: (2)
Agnùn' agnùn' a ' i cáse lore!
Ki váce n-cumpagnije,
Tròv' la morte pe la vije!
Se sente da luntáne
'A campáne -sam-Pasquále:
E ssòn' e ssòn' a stese: (3)
Ndo, ndIo ndo! . .. ndlo, ndo ndo!.
Tutte citt' è lu pajese!
Sola sole cúm' e n' aneme
Ce passe p’ lu stratone, (4)
Ammantáte bbona bbone,
Na povra ciucrejáre, (5)
C' lu senál' (6) e cche nu sacche
Menáte sòp' li spalle,
Chine chine -funecchîelle, (7)
Lucculanne (8) che na voce
Ca te squarte probbt 'u core!
I funecchîelle jaaanche!
1 funecchîelle jaaanche!
O cche ffunecchiiîeile!
Che ffunecchiiîelle!
Mechelìn' 'u fruttajûole,
Zombavelliql' e Ggattarîelle,
E l'ati fruttajûole
Lucculejn 'i sarakîelle; (9)
E li guagliune lore
Lucculejn' ' i cozzla (10) chiene:
Che bbeeella cozzla chieeene!
A li ragosta (11) voglio venne,
A li ragoooste!
Che bbella cozzla chieeene!
Sîente doppe tîempe
La compáne de figghià: (12)
Mboooó! « Salvreggine, Matre mesrecordie, ...
« Madonna mij ' ajutle tu!
« N-zalvamîente fall figghià,
« Senz'affann' e ssenza pene!
« E stu figghie' c' a 'u munne vene,
« Accummûogghie (13) d'ogne bbene!
« E ssi 'nn' ha dda ghesse bbûone
« E 'm-bole sent' i bbûon' avvise...
« Battezz' e pparavise! (14) »
A l'addore d' 'o maaare!
'O marecîell' 'e Tarent voglio veeenne! (15)
So' cchieeene, so cchieeene!
So cchiene cúm' e l'ooove:
O cche bboll'oova pashcareeelle! (16)
M-mîezz'a Ssaggès' u verdumáre (17)
Fáci- un' art' a llucculà
Shcaròl' (18) e ccatalogne, (19)
Nzalát' a ccappucce, (20)
Fenucchie -Bbarlette,
Acce (21) de Sanzevîere.
Nzaláte -Nucere: (22),
E li guagliune scagghiuzzáre,
C' la cesta sott' accummugghiáte
C' nu cappotte spurtusáte, (24)
Pe ttutt' li stráte lucculejne:
Frettelle (25) caaavete!
Scaggiuuûozze!
Guè' cumo vooò! (26)
Scagghiûozze cavte caaavete! (27)
Ghesci-'o fuuumo!
Strapiiizze!

(*) Riporto qui come riprova la mia poesia incriminata. Niente v'ha di mutato, se non lievemente la punteggiatura e il figgh' in figghje' per la ragione esposta a pag. 58. Ho aggiunto altre note ed ho variato alquanto quelle che vi erano.
(1) Queste due strofette in corsivo, sono versi che vivono ancora tra gli avanzi d'una letteratura che tramonta, nella bocca (lei popolo.
(2) c'è la costumanza nei popolino d'indicare con questa frase che si è rotta ogni relazione d'amicizia con qualcuno, o che si fa formale promessa di non porre più piede in un luogo, o di non ripetere più un atto che abbia recato danno o spavento. Sia col tizzone, sia col carbone, si può segnare sul muro una croce, la quale (crocia negre) è il segno sensibile del proposito che si fa dalla gente più superstiziosa, quasi a chiamare in reale testimonianza la croce, la quale per giunta è nera, per dinotare l'odio, l'inimicizia, il terrore che ci desta o provoca una persona o una cosa. In questa strofetta poi la frase ha il valore proprio d'un terrore che si prova a ricordarsi di chi, essendosi trovato dopo quell'ora a camminare per la via, o incamminatosi verso casa in compagnia d'altri, ebbe incontrato veramente la morte. Onde le fanciulle d'una volta (poichè adesso recitano la strofetta, ma non ne praticano il precetto), le si vedevano sollecite e separarsi al primo tocco di campana, troncando ogni discorso col più asciutto buona sera o santa notte
(3) A distesa.
(4) Strada larga, Corso.
(5) Erbivendola (cicoriara).
(6) Grembiale.
(7) Finocchio piperaceo.
(8) Gridando.
(9) Salacchina.
(10) Mitilo.
(11) Sono grossi e saporiti i mitili come aragoste.
(12) Vedi a pag. 33.
(13) Copri.
(14) Fa che appena ricevuto il battesimo, se ne voli in paradiso.
(15) Voglio vendere il piccolo mare di Taranto, per dire il frutto di quel mare.
(16) Pieni (i mitili) come le uova pasquali (quando le uova sono molto fresche e piene, e ve ne sono in abbondanza).
(17) Ortolano, la quale voce viene usata per indicare solo chi coltiva l'orto: ma i venditori di ortaglie vengono chiamati verdumáre e fugghiáre (che vendono foglie verdi).
(18) Indivia, dal greco σκάριφος (pennello, stoppia paglia) per la sua forma riccioluta, onde viene chiamata pure ricciuIelle; e lo stesso ortolano ti strazia le orecchie col suo continuo gridare la ricce! la ricce!
(19) Specie d'erbaggio, originano di Catalogna.
(20) Lattuga a cappuccio.
(21) Sedano, dal latino apium-
(22) Di Lucera, donde viene la migliore lattuga con altre ortaglie eccellenti.
(23) Venditori di polenta fritta tagliata a scaglie in forma trapeziale ( a strapizze).
(24) Forato, a brandelli.
(25) Questa voce di frittelle venne imposta parecchi anni fa ai venditori di questa polenta da un assessore di pulizia urbana, il quale impose loro anche una multa se avessero osato pronunziare la voce pretta paesana di scagghiûozze! Ma ora i nostri scagghiuzzáre possono impunemente pronunziare l'esecranda parola, mentre indifferentemente
gridano spesso anche alle frittelle calde.
(26) Bolliscono (troncam. di vollene), per dire che sono così calde che scottano, anzi bolliscono.
(27) Sono così calde che esce ancora il fumo: espressione meno enfatica della precedente.

Dal libro « Post fata resurgo ! », Tipolitografia Pascarelli, Foggia 1894.

« E L'UVA MIJE?!. »

Nu jûorn' a 'u fruttajûol s'appresentáje
Che nu panáre m-mán' 'u vignarule:
« Guarde che ghùve! è bbelle quante máje!
« Paghem' e ffammne jì, bbellu figghiule! »
S'acciaffáj' (1) 'u panár' 'u fruttajûole
E nt' a velanze l'uve sduvacáje, (2)
E ddoppe ca facij nu pise sule
Panár' e ffrunne, (3) accussì s'avutáje:
« So' ccinghe kine d'uve c'he purtáte,
« E ppure cinghe kine pesne quiste:
« Bongiorne: teh ! (5) vattinne n-zanta (páce! »
Decèv' 'u vignarule stráta stráte:
« So' cinghe kine l' ùv' e ccinghe quiste;
« E l'uva mije... l'uva mia ndo stáce?! »

(1) Tolse il paniere dalle mani del vignajolo. Non faccia meraviglia al signor X di veder rimati « fruttajûole » con « sule ». Qui non si tratta di assonanza ma, per ragione della dittongazione, di vera consonanza, come il popolo in componimenti formati di distici con rime tutto a consonanze, fa rimare e « mpîette » con « dritte », secondo si può osservaro nei versi da lui trascritti.
(2) Votò
(3) Pesò tutt'assieme il paniere e le fronde con le quali era stata coperta l'uva.
(4) Si voltò, rivolse cioè queste parole al vignaiolo.
(5) In cambio del denaro, gli restituì l'equivalente del peso d'uva in altra roba appartenente allo stesso vignajolo; come ha fatto di me il mio critico, tacendo su quello che potevasi notare di buono nei miei lavoretti, e rinfacciandomi quello che ha creduto censurabile.

Dal libro « Post fata resurgo ! », Tipolitografia Pascarelli, Foggia 1894.