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Amodio Salcesi

POESIA POPOLARE E POESIA D'ARTE A FOGGIA

Contributo allo studio delle Tradizioni Popolari di Capitanata
AVVERTENZA
Questo scritto, di carattere più che altro informativo, pubblicato la prima volta sul giornale « Il Popolo Nuovo » A. II, n. 22, (Foggia, 30-V-1932-X), e qui ristampato con aggiunta, note e glossario, non ha certo la pretesa di essere un compiuto saggio sull'argomento; ma vuole apportare un modestissimo contributo agli studi delle nostre tradizioni popolari con tanto ardore risorti.
Milano, aprile 1933-XI.
A. S.
Arti Grafiche UBEZZI & DONES - MILANO - Via B. Spinoza, 4 – 1933 XI.

Fu agitata, molto tempo fa, in un periodico letterario foggiano (1), la questione se il nostro dialetto avesse una letteratura e se potesse elevarsi ad onor di letteratura; e ne nacque una polemica assai vivace ed interessante, sia per la perizia dei contendenti, cultori di studi filologici e conoscitori dell'etnografia tradizionale e della letteratura popolare nostra; sia per l'importanza dell'argomento, che, di quei tempi, appassionava.
Esso infatti, metteva capo a tutto il movimento folcloristico italiano promosso e incoraggiato da insigni maestri, quali il Carducci, il Martini, il Comparetti, il D'Ancona, l'Ascoli, e, più direttamente, da Giuseppe Pitrè col suo tipico « Archivio per lo studio delle tradizioni popolari » (1882-1908) e da Angelo De Gubernatis con la « Rivista delle tradizioni popolari italiane » (1893-1894).
L'argomento della polemica, in voga quando si voleva ricomporre la demopsicologia dell'Italia e ritessere la grande leggenda italiana, è di moda ancor oggi che si riavverte il bisogno di avvicinarsi all'anima popolare, di ascoltarne le voci; di dar vivo risalto alle varie fisonomie regionali, che si collegano in ideale unità e formano, o tendono a formare, lo spirito della Nazione (2).
Il primo a sollevare la questione, cui accennavamo poc'anzi, fu un anonimo che in un articolo dal titolo « Foggia e la questione dialettale », dopo alcune considerazioni generali sulla poesia popolare e
d'arte dei vari paesi d'Italia, si domandava se anche noi potessimo asserire di possedere una letteratura dialettale, e notava come a noi non pure mancassero le composizioni caratteristiche e le forti creazioni da porre accanto a quelle di poeti dialettali di primo e di second'ordine; ma, ciò ch'è più, nessuno avesse mai tentato una paziente ed accurata compilazione del nostro folclore, che solo avrebbe potuto costituire la base di un lavoro storico, filologico, letterario.
Censurava poi aspramente alcune composizioni del nostro Bellizzi, ch'egli giudicava « svisatore del carattere del nostro dialetto, ricco di bellezze e d'immagini poetiche », e conchiudeva affermando che, soltanto dopo un paziente ed accurato lavoro preparatorio « in raccogliere le fiabe, le novelle, le voci, le frasi, i proverbi, le sentenze, ed in istudiare i nostri usi e costumi popolari e le loro storie attraverso le invasioni di popoli più o meno barbari », era possibile porre mano alle composizioni dialettali letterarie.
Questi, per sommi capi, gli argomenti principali degli articoli del signor X, corredati da un'ampia esposizione folclorica, utilizzabile, ma poco opportuna, in una questione meramente dialettale; confutati da Filippo Bellizzi, (1865-1917), folcloristica, dialettologo e cultore della Musa vernacola foggiana.
Il quale, pur riconoscendo la necessità di un diligente studio delle nostre tradizioni popolari, non riteneva che la mancanza di questa preparazione costituisse una pregiudiziale contro i nostri primi tentativi poetici in vernacolo; che, se rispecchiano I'anima del popolo e l'indole del dialetto, possono bene costituire un terreno preparatorio ed iniziare una letteratura dialettale.
La preparazione folclorica, egli aggiungeva, potrebbe « fare da complemento », « servire di sostrato », ma non è indispensabile. Il poeta dialettale può anche permettersi d’ignorare il folclore paesano e scrivere tuttavia una bella composizione, pur che cerchi di conformarsi alle aspirazioni, ai bisogni, alle tendenze, ai sentimenti del popolo.
Cosicchè, non è giusto, conchiudeva il Bellizzi, negar l'esistenza della nostra letteratura popolare, chè, se a noi manca la raccolta del nostro folclore, « non manca però una letteratura quantunque rozza e di essa non ci restino che ruderi, ad eccezione di molte cose che vivono sempre fresche sulle labbra del popolo» e « se non abbiamo una letteratura popolare scritta ed un poeta nostro popolare, possiamo benissimo pigliare un posticino tra quei paesi che vantano una letteratura semplicemente tradizionale » (3).
In verità, l'anonimo non ne disconosceva recisamente l'esistenza, ma avrebbe potuto essere più chiaro e non generar confusione tra poesia popolare e poesia d'arte, o colta, o letteraria, che dir si voglia.
C'è, dunque, una letteratura popolare nostra, sia pure frammentaria e rozza; e nei pochi avanzi di quella che tramonta e in ciò che rimane ancor vivo, troviamo impresso il carattere del nostro Popolo.
Il quale, formato prevalentemente di pastori e d'agricoltori non ebbe una parte attiva nel succedersi dei grandi drammi nazionali; e visse di riflessi. Abituato al quieto vivere, alla rassegnazione, a contentarsi di poco, incapace di grandi e durevoli entusiasmi; è piuttosto scettico; qualche volta cinico, però sempre arguto: di un'arguzia semplice e bonaria, di rado scollacciata e salace, o degenerante nella celia sciocca e volgare (4).
Sarebbe talvolta attraente studiare l'origine, gli spiriti e le forme della nostra poesia popolare; cogliere nella novella, nel canto, nella sentenza, nell'arguzia, lo spirito multiforme del nostro popolo; riconoscere, attraverso un sagace lavoro di comparazione, quali caratteri la nostra letteratura popolare ha comuni con le letterature di regioni e paesi vicini e lontani; ma non abbiamo una documentazione molto vasta (5). Il nostro proposito è assai più modesto. Valendoci dello scarso materiale a stampa, verremo esaminando alcuni più espressivi saggi di poesia popolare e d'arte, dai quali traspare talvolta il tono e il temperamento sentimentale del popolo.
(1) Cfr. L'Aurora, A. II, n. 16 e segg. (Foggia, 1894).
(2) A ciò mirano soprattutto le nostre belle riviste di folclore, tra cui notevoli: « Lares » Organo del Comitato Nazionale per le Trad. Pop.; « Il folklore italiano », diretto da Raffaele Corso; « Pallante » studi di filologia e folklore diretti da P. S. Leicht, F. Neri, E. L. Suttina .
(3) Cfr. F. Bellizzi - Post fata resurgo! p. 11 e passim (Foggia, Tip. Pascarelli, 1894).
(4) Con ciò non si esclude ch'esso abbia tratti di bontà e di tenerezza, di generosità e di fierezza; ma i caratteri distintivi sono quelli anzidetti. Anche il prof. La Sorsa, nella dotta introduzione alla sua raccolta dei canti d'amore del popolo ptrgliese (p. 42), si attiene quasi letteralmente a questo giudizio, estendendolo a tutto il popolo di Capitanata. Qualche riflesso della vivacità e dell'arguzia popolare è dato scorgere nelle strofette giocose, aneddotiche e superstiziose ed anche nella cosiddetta versificazione gnomica, parenetica e satirica. Tali strofette non sono; in realtà, che «bruttezze, goffaggini, freddure, prodotti meccanici », ossia la negazione della poesia; tuttavia hanno un interesse folcloristico. Ecco alcuni esempi:

a) Chiova... chiove!
E ttatà è jiute fore;
E' jiute senza cappe:
E Mmadonne mantîene l'acque!

b) Jocca... jocche!
E lu päne de Fijocche,
E lu grän'a ccin-carrine,
e lu pûorch' int' a cucine!

c) Povra fatica mije
(sentenzia lo scarafaggio)
Jettät'a lu vîente:
Teneve'na pallotte,
E mmò nen tenghe cchiù nnîente!

d) Pasqua Befanije:
Tutt'i feste pigghiene vije.
Risponne sant'Antûone:
- Stäch' ije qua: masker’e sûone!

e) 'A Cannelore:
E la vernät'è fôre!
Nen è fore la vernäte,
Si nen ven' 'a Nnunziäte;
E pe ' ghesse cchiù secure,
Aspîette quanne caln'i meteture.

f) Mo vene Natäle,
Nen tenime denäre:
Facime lu lîette
E ci jäm'a curcà'!

GLOSSARIO

Nel compilare questo glossario, non inutile all'esatta interpretazione del testo dialettale, ci siamo spesso giovati delle sapienti note, apposte dal Bellizzi in calce alle sue composizioni.
A.
abbadà': badare.
abbäte: ind. pres. di abbadà' .
acalà': calare, scendere; da calare, con prostesi dell'a, come per avastà', achiute, amente, adumà', ecc.
acàlene: ind. pres. di acalà',
accurcäte: curvo, curvato; da corcato.
accussì: così
addecrjà': ricreare.
addecrijäte: part. pass. di addecrijà'.
a-ddò': dove.
addumannà': domandare.
affunne: in fondo, in basso.
aguanne: quest'anno; dalla voce arcaica ugnanno, derivante da oque (hoc) anno.
agguattà': coprire.
agguattäte: coperto, raggomitolato; da quatto. Agguattäte cum'lu päne de Natäle: coperto come il pane messo a fermentare al tempo di Natale.
ammanecäte: col manico; dall'it. manicato o dal lat. manicatus: che ha il manico.
ammenazzà': incitare la bestia da tiro a camminare; forse da minare e adminare della bassa latinità: condurre, guidare.
arracanà': muoversi liberamente; forse dallo spagnolo arrancarse: slanciarsi, e dallo stesso ital. arrancare: il camminare degli zoppi e dei vecchi.
arrepezzà': rattoppare; da pezza o dallo spagnolo arrepiezo: cencio.
arrepezzäte: rattoppato.
arrète: dietro, di dietro.
arrugnà': aggranchire; dall'ital. arroncare o dallo spagnolo arrugarse: aggrizzarsi, con l'epentesi dell'n.
arrugnäte: aggranchito.
assemmegghià': somigliare.
assemmegghie: ind. pres. di assemmegghià'.
avecîelle o vecîelle: uccello; da aves.
a-vi-te: locuz. avv., alla via di, verso.
àvete o àvte: agg. o avv., alto, in alto.
avetäre: altare.
azzoppe: ind. pres. ai azzuppà'.
azzuppà': urtare.
B.
botte: botta, colpo, percossa.
busciarde: bugiardo.
C.
caravone: carbone
carrejà: trascinare, trasportare col carro.
carreje: ind. pres. di carrejà.
carrine o carline: carlino, moneta borbonica corrispondente a a otto soldi e mezzo.
carubbine: carabina.
cervelline: cervellino, capo ameno, bizzarro, sventato; persona di poco giudizio o capricciosa.
ciucce: ciuco, asino, somaro.
ciucrujäre: cicoriara, erbivendola girovaga.
D.
da fore: di fuori, dalla campagna.
de lu e d' 'u: del; quando queste preposizioni seguono immediatamente il nome da cui dipende la frase specificativa, purchè quel nome termini in vocale atona, si contraggono in 'u ».
desprezzante: sdegnosa, disprezzante.
E.
embè: dunque.
eja, eje: ind. pres. di esse'; cum'eja eje : così com'è.
esse': essere.
F.
fategäte: affaticato.
fèle: fiele, fig. livore, rabbia, rancore.
Fijocche: nome d’un panettiere, nominato nella strof. pop. a cagione della rima.
fore: fuori.
frevule: bastone, canna d'appoggio, ferula, sferza e anche bacchetta per guidare gli animali; da ferula.
fronne: fronda, foglia.
fuje: fuggire .
fuleppine: tramontanaccia, vento impetuoso, brezzone.
funucchjille: finocchietto, finocchio piperaceo.
furtuite: fortuito, casuale, accidentale, improvviso; fig. tepestoso; da fortuitum.
G.
'gnu: ogni.
guaglione: ragazzo; pl. guagliune; dallo spagnolo gallon.
I.
im-a: andiamo a; im-a fa': andiamo a fare, dobbiamo fare; da imus ad.
is: egli, lui; dal pr. lat. is.
J.
jelà’: gelare.
jele: ind. pres. di jelà’.
juccà': fioccare
jiute: part. pass. di jì': andare; da ire.
L.
livete: livido, illividito.
lucculà': gridare vociare; da loquor?
luccule: sost. grido; luccule: v. ind. pres. di lucculà'.
luvà': levare, togliere.
M.
malambaräte: ineducato, screanzato.
manche: agg., sinistro; recchia manche: orecchio sinistro; avv., nemmeno, neppure, manc'li cäne: da
non dirsi neppure ai cani.
mannaggia: male abbia, maledetto sia, da male n'aggia.
martenà': martellare, foggiare, lavorare col martello.
martenäte: part. pass. di martenà’.
'mbuntà' : fermare; 'mbuntarse: fermarsi, arrestarsi.
'mbuntäje: pass. rem. di ' mbuntà’.
menne, mennuzze: mammella, poppa.
mine mine: molto piccolo, sottilissimo, da minus comp. di parvum.
'm-mîezze: locuz. avv., in mezzo.
'mpäme: infame.
'mpapucchià’: ingannare, imbrogliare, infinocchiare, raggirare.
'mplice: infelice.
mulenäre: mugnaio, mulinaro, mulinaio.
munne: mondo.
mutrua: faccia, volto; dall’it. mutria, atteggiamento del volto pieno di sussiego o di cruccio.
N.
'n-do' o a-n-do': dove.
nen, nun: non.
O.
ogne: unghia.
P.
palummelle: colombella, farfallina.
pandulline: mandolino.
Pataterne: Padre Eterno.
pe-‘n-zine: persino, finanche.
pete: piede.
pezzille: pizzicore; fäce pezzille: riceve i pizzicori del freddo.
preje (sc): si rallegra, si compiace.
prerjarse: rallegrarsi.
prejäte: rallegrato e quindi allegro giulivo, forse da brio, affine al lat. ebrius.
prijezze: contentezza, brio.
purtungine: portone.
Q.
quaträre: ragazzo.
R.
remmirà': rimirare, riguardare, considerare.
remmire: ind. pres. di remmirà'.
rènele: rondine, rondinella.
repùne: rasente; repùn' repùne: rasente il muro, rasentando il muro.
rumäne: ind. pres. di rumanì.
rumanì': rimanere, restare.
rùtule: fig. coltello; dal latino rutilus: luccicante, rifulgente, scintillante, rosseggiante.
S.
saglì': salire .
sbalanzà': lanciare, slanciare, spingere, sbattere.
schiavuttelle: si dice, per vezzo, di fanciulla graziosa, simpatica.
scioppe: ind. pres. di sciuppà' .
sciuppà': strappare, involare; dal lat. exerpere.
T.
tanne: allora, dal latino tunc, per assimilazione progressiva.
tarrazzäne: terrazzano, abitante del borgo Croci.
teh!: per toh!; a tteh!: attento a te! guarda guarda!.
telone: tela, telone, sipario.
tenè' mente: porre mente, guardare.
tezzone: tizzone.
trapanà’: trapanare, forare col trapano fig. trafrggere.
träse: ind. pres. di trasì'.
trasì': entrare, dal lat. transire.
tronele: tuono; da tonitrus.
tumele: tomolo; misura agraria (un terzo di ettaro) e di capacità (litri 45 circa).
turcenîelle: lampredotto.
V.
varre: sbarra.
väse: bacio; da basium.
vattijäte: battezzato; carna vattijäte: carne battezzata. « Bella frase che induce a pietà verso il prossimo sofferente, come soggetto meritevole di compassione per la sua dignità umana. Non è carne di cane, ma di cristiano, che è cristiano ogni uomo ». (B).
vocche: bocca; 'm-mocche: in bocca.
vrigghie: briglia.
vrìte: vetro.
Z.
zombe: ind. pres. di zumbà'.
zumbà': saltare.
zûoccle: zoccoli.

da Amodio Salcesi, Poesia popolare e poesia d’arte a Foggia,
Arti Grafiche UBEZZI & DONES – MILANO, 1933 - XI