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IL DIALETTO FOGGIANO NELLA SCRITTURA DEI VARI AUTORI

A differenza di quanto accade per buona parte dei volgari italiani, le prime forme note, a stampa, di scrittura del dialetto foggiano risalgono soltanto ai primi decenni dell’800. 

E’ sicuramente databile non oltre il 1834 la traduzione nel dialetto foggiano della Parabola del figluol prodigo (Luca, 15, vv. 11-32) mandata da G. Guerrieri a D. Raffaele Liberatore a Napoli per l’ambizioso progetto del dialettologo Bernardino Biondelli (Verona 1804-Milano 1886) di raccogliere le versioni della parabola in quante più varietà dialettali di Italia gli riuscisse possibile. Nella lettera di accompagno alla parabola, datata 13 dicembre 1834, il Guerrieri scrive: “ Il dialetto è una ra-mificazione della madre lingua svisata da’ modi particolari di dire, i quali benché partiti dagli stessi principii pure da essi si allontanano per la espressione, per la grammatica, per la sintassi. L’enfasi non riguarda che la sola pronunzia. La maggior parte dei Paesi della Puglia piana non si distingue che per l’enfasi, mentre generalmente si parla la lingua comune. Infatti non è possibile che un pugliese possa nascondersi, giacché appena apre la bocca e pronunzia una parola che abbia le vocali a, e, o, che egli vien conosciuto.” Sebbene il Guerrieri quasi certamente non sia il traduttore della parabola in quanto la grafia del traduttore è diversa da quella del firmatario della lettera inviata al Liberatore, in questo Dizionario, solo per comodità,  attribuiremo a lui, siglandole GG, le parole esaminate e le frasi riportate fra gli esempi. Per indicare al lettore che le finali sono mute, il traduttore della parabola, a mo’ di esempio, solo nelle prime righe della traduzione, inserisce alla fine di alcune parole due puntini sospensivi seguiti dalla vocale che non deve essere pronunciata (figghj..i figli; dicij..e disse; patr..e padre); in pochi casi la finale muta viene del tutto omessa (fazz.. faccio; tann allora; duj due; tunn tondo); nella maggior parte dei casi, invece, le vocali mute sia intervocaliche che in finale di parola, vengono trascritte con e, o, a (quisto questo; sapeva sapeva; currite correte). La i semiconsonante viene trascritta quasi sempre con la i lunga / j / (duj due; tuje tuoi; anghjì riempire; accomenzaje cominciò). Il fonema [ɜ] viene reso con la a non accentata (chiamaje chiamò; frusciato dissipato). Infine la scrittura di parole quali (ghjireno andarono) e (ghijo io), confermano che, come accade ancora oggi, specialmente nel rione Croci, tali termini si pronunciassero appunto con la g dura [ɡ].  

Nel 1841 la casa editrice napoletana Borel e Bompard pubblica un Saggio di vocabolario familiare del foggiano Ferdinando Villani. Nella prefazione F. Villani spiega che lo scopo principale del suo lavoro è quello di contribuire alla diffusione di un linguaggio comune in tutta Italia, dal momento che nominare “gli oggetti domestici con parole di suono rozzo e vile” portava inesorabilmente a “mancare alle convenienze civili”. Continua F. Villani: “In un sol modo potrebbesi far cessare cotesta ingiuria, compilando, cioè, vocabolari domestici, per i quali le voci di bel suono, che indicano oggetti familiari, si rendessero comuni: gli orecchi a poco a poco si andrebbero avvezzando a quelle voci; e chi parla direbbe secondo la circostanza parola già nota e pur bella. A tal fine mi sono adoperato a cotesto piccolo lavoro, fatto ad uso dei soli miei concittadini.” Oggi che il traguardo di un linguaggio comune per tutti gli italiani è stato raggiunto, abbiamo forse la necessità contraria, cioè quella di riappropriarci delle nostre radici, anche linguistiche. E una mano in questo senso, forse suo malgrado, ce la dà proprio F. Villani che risulta fra i primi ad aver fissato sulla carta le parole allora in uso nel dialetto foggiano, seppure in una forma molto italianizzata, esattamente come fa ancora oggi chi sente la necessità di citare un termine popolare, ma non osa pronunciarlo correttamente, per dirla con F. Villani, per non “mancare alle convenienze civili”, o per vergogna, o più semplicemente per gioco (accunto garzone; amènola mandorla; ardica ortica; chianchiero macellaio; laganaturo matterello; presutto prosciutto; rinaccio rammendo; scapulaturo girello per bambini; spurtaglione pipistrello; varola caldarrosta).

A. Zuccagni Orlandini (Fiesole 1784-Firenze 1872), nel 1864 pubblica nella Raccolta dei dialetti italiani (Firenze, Tofani), la traduzione in dialetto foggiano de Il dialogo tra un padrone ed un servitore, ad opera di un non ben identificato giovane artista. Nelle note storiche premesse dal curatore della raccolta alla versione del dialogo è fra l’altro scritto: “Foggia insomma può tuttora considerarsi come una delle primarie tra le città provinciali, e per tal cagione appunto volli procacciarmi un saggio del vernacolo in quella città usato e potei ottenerlo dalla cortesia di valentissimo giovane artista, il quale confessò bensì essergli costato molto imbarazzo di trasportare l’idioma italiano nel gergo del suo paese”. Per quanto riguarda le caratteristiche della scrittura, molto approssimativa per la verità, il fonema [ɜ] è reso graficamente con eu (steut stato; puntueul puntuale; avizeut alzato; steuce sta; scarpeur calzolaio). Le vocali mute in finale di parola a volte vengono omesse (scarp scarpe; quart quarti; not notte; pranz pranzo; curtiell coltello), a volte vengono rappresentate con a, e, o, i (cavalli cavalli; stamattina questa mattina; prudezze prodezze; gilusie gelosie). La i semiconsonante viene trascritta quasi sempre con la i lunga / j / (mij mio; doje due; pajese paese), in qualche caso con la i normale (buttigghie bottiglie; agghio ho). Solo per comodità sigleremo ZO i lemmi tratti dal ‘dialogo’.

Giuseppe Marchesani Villani (Foggia 1818-1897), bibliotecario della Co-munale di Foggia, è autore della traduzione in dialetto foggiano de La dama di Guascogna ed il Re di Cipri (Novella 1, IX del Decamerone di Giovanni Boccaccio), pubblicata da Giovanni Papanti ne “I parlari italiani in Certaldo alla festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci” (Livorno, Vigo, 1875), e ripubblicata, con qualche piccola variazione, da Carlo Villani in “Scrittori ed artisti pugliesi, antichi, moderni e contemporanei” (Trani, 1904). G. M. Villani in una nota in calce alla sua versione in dialetto foggiano della Novella del Boccaccio scrive: “La traduzione è fedele, senonchè il tipo caratteristico di questo vernacolo consiste piú ancora nella pronunzia molto aperta, che solo a voce potrebbe ritrarsi. E però si noti, che l'e nel mezzo delle parole e quasi tutte le vocali finali, distinte nella stampa con due punti (ä, ë, ï, ö, ü) sono mute, servendo di mero appoggio alla pronunzia.” A questo proposito riportiamo alcuni esempi: fattö fatto; vëndettä vendetta; perdijë perse. Alcune volte, però, le vocali mute non finali di parola non vengono trascritte (addventajë diventò; crona corona) oppure presentano una vocale non accentata (tenevä aveva; succidijë successe). Le vocali toniche, a parte quelle tronche, non sono accentate. La i semiconsonante viene resa con la i lunga / j / (vincijë conquistò; vajë [vɜjə] vai; arrëvajë arrivò).

Filippo Bellizzi (1865-1917), un sacerdote che si firmava con lo pseudonimo ‘il dialettologo foggiano’, per controbattere alle critiche a lui mosse da Giuseppe Lo Campo in un articolo intitolato “Foggia e la questione dialettale”, pubblicato sull’ Aurora il 15 settembre 1894, dà alle stampe, lo stesso anno, un libretto dal titolo “Post fata resurgo”. Il saggio è estremamente interessante perché ci rivela che risalgono proprio a quegli anni i primi tentativi di dare, attraverso la poesia, dignità letteraria al dialetto foggiano, che il Bellizzi analizza con molta serietà, ne evidenzia la grande difficoltà della scrittura e propone molte soluzioni interessanti adottate successivamente dalla maggior parte degli autori foggiani. Graficamente, in F. Bellizzi, le vocali mute e ed o si presentano in maniera diversa rispetto al resto dei caratteri: in corsivo se la scrittura è in tondo, e viceversa (Necole Nicola; vuleve voleva; vîene vieni; fùoche fuoco; sûonne sonno). Il fonema [ɜ] è reso con una á con accento acuto (verdumáre verduraia; máj mai). La i semiconsonante è resa graficamente con i lunga / j / (fruttajùole fruttivendolo; assáje  assai).

Giuseppe Lo Campo, che aveva fino ad allora pubblicato svariati articoli sull’argomento con lo pseudonimo ‘Il signor X ’, nel 1897 dà alle stampe un libretto dal titolo Foggia e la questione dialettale per replicare alle argomentazioni sostenute da F. Bellizzi in Posta fata resurgo!. Nel saggio G. Lo Campo, oltre a riportare alcuni versi dello stesso Bellizzi e della ‘Crucesella’, trascrive brevi frammenti di canti, detti, indovinelli, brindisi e ninne nanne popolari, risultando anch’egli, quindi, probabilmente suo malgrado, uno dei primi autori in dialetto foggiano. Per rappresentare le vocali mute in finale di parola, il Lo Campo a volte utilizza l’apostrofo (ascenn’ scende; rirenn’ ridendo; anghjan’ sale; chjagnenn’ piangendo), altre volte usa la vocale e (quatte quattro; mazze mazze; maccarune maccheroni), altre volte ancora le vocali del medesimo termine italianizzato (vicchiarillo vecchietto; arrustuta arrostita). La i semiconsonante viene resa in linea di massima con la i lunga / j / (vurrija vorrei; duj’ due; janco bianco; vijat’ beato). Il fonema [ɜ] è reso con la vocale a non accentata (chiama chiama; grattato grattato; stace sta; attana padre; maj mai).

Michele Marchianò (Macchia, frazione di S. Demetrio Corone 1860-Foggia 1921), dal 1894 docente di latino e greco nel Liceo V. Lanza di Foggia, nell’ambito di uno studio sul folklore e sui dialetti della Capitanata, intorno al 1910 trascrive nei suoi quaderni, per la parte riguardante il dialetto foggiano, alcuni proverbi popolari, un sonetto di Elisa Giordano ed una poesia composta da don Filippo Bellizzi nel 1892. I testi, custoditi dal figlio Renato, sono stati pubblicati solo molti anni dopo, nel 1970 a cura dall’Amm.ne comunale di Foggia e nel 1984 nella collana dei Fondi della Biblioteca Provinciale. “Si tratta di testi -è scritto nella introduzione alla raccolta pubblicata dalla Amm.ne Prov.le di Capitanata- che si portano dietro una documentazione assai abbondante sui fermenti culturali che, ai primi del Novecento (e tante volte anche ai primi dell’Ottocento), si manifestavano, ove più e ove meno, in quelli che a Marchianò sono parsi i centri più indicativi della Capitanata.” La trascrizione dialettale dei proverbi foggiani utilizza vocali con dieresi per rappresentare le mute in finale di parola (verö vero; surgë sorci; stessä stessa). Il fonema [ɜ] è reso in linea di massima con la vocale a non accentata (accattatë  comprato; assaië assai), a volte con una a con accento circonflesso (mâr povero). 

Nel 1929 (anno VII e.f.) Carlo Villani, pubblica un Vocabolario domestico del dialetto foggiano. Concludendo l’introduzione al suo vocabolario il Villani scrive: “Sospinto dall’esempio di codesti miei chiarissimi maggiori (ndr. Ferdinando Villani e Giuseppe Marchesani Villani), ho cercato, dunque, non già per supina simpatia verso la moda folkloristica di oggidì, di portare anch’io un modesto contributo in pro dei giovani studiosi dell’adorata terra ove nacqui, e dò in luce, ad essi dedicandolo, l’attuale volume con indicare per ciascuna voce dialettale la corrispondente voce di buona favella, nella fiducia voglia loro riuscire gradito, e, ad un tempo, utile nella completa apprensione dell’idioma italiano”. Anche Carlo Villani si avvale di un tipo di scrittura, per così dire,  molto italianizzata. Le vocali mute in finale di parola sono rese prevalentemente con le vocali a, e, i ed o  (abbàscio di sotto; acarùle agoraio; artèteca irrequietezza; cauzunètti mutande lunghe). Il fonema [ɜ] è reso con una a con accento grave (campanàle campanile; mulagnàna melanzana). Tutti le voci del Vocabolario sono accentate con accento grave, anche quando la dizione foggiana avrebbe richiesto un accento acuto (mullettòne coperta di lana; Matalèna Maddalena).

Nel 1933 Amodio Salcesi pubblica un saggio dal titolo Poesia popolare e poesia d’arte a Foggia. Nel libretto, oltre ad un piccolo glossario compilato dallo stesso Salcesi, sono riportate alcune “strofette giocose, aneddotiche e superstiziose” della tradizione popolare foggiana “adottando il sistema di trascrizione del Bellizzi, il quale tenne una via di mezzo tra la forma etimologica e quella strettamente fonica”. Sono riportate, inoltre, alcune cantilene trascritte da F. Bellizzi, una “poesiola” attribuita a Luigi Rispoli, un sonetto di Elisa Giordano e frammenti di composizioni poetiche dello stesso Bellizzi. Per quanto riguarda il tema della scrittura del dialetto foggiano mi sembra opportuno riportare integralmente una nota molto interessante: “Il Bellizzi, per esempio, a chi dava l’ostracismo all’e muta, consigliava di leggere L’E, E, E... di Giuseppe Rizzi, « dopo di che da qualunque parte vi volgerete, non troverete che l’e muta, l’e muta, l’e muta, l’inevitabile spettro persecutore dei dialettisti e-mutofobi ». Così, per il dittongamento di uo egli adoperava il simbolo ûo, ossia l’u con l’accento circonflesso e l’o atono (in corsivo), e scriveva « sûonne » e non «sunn’», «dûorme» e non « durm’ »; per indicare il suono cupo dell’a, simile a quello dell’eu francese, usava la dieresi sull’a,  ecc. il Bellizzi, insomma, cercò di attenersi alle norme per la compilazione dei vocabolari dialettali, dettate da G. I. Ascoli, L. Morandi e F. D’Ovidio, i quali raccomandavano, tra l’altro, di rappresentare i suoni dialettali « con espedienti facili e piani, non troppo inusitati, nè contrari alle consuetudini ortografiche, nonchè della lingua, ma dello stesso dialetto, se questo abbia avuto una cultura e possegga una non irragionevole tradizione ortografica », insistendo sul fatto di « servirsi il più possibile delle lettere e dei nessi alfabetici della lingua letteraria, senza mutarne il significato e il valore »”. Esaminando i termini riportati nel glossario del Salcesi si nota che la e muta, sia all’interno che in finale di parola, viene resa con la vocale e non accentata (caravone carbone; mennuzze mammella). Il fonema [ɜ] viene reso con una ä con dieresi (ammanecäte ammanigliato, avetäre altare). La i semiconsonante viene resa in linea di massima con la i lunga / j / (eje è; ‘mbuntäje rimase immobile). Tutti gli infiniti tronchi presentano la vocale finale accentata seguita dall’apostrofo (arrepezzà’ rattoppare; rumanì’ rimanere). Le parole accentate presentano solo l’accento grave.

Ester Loiodice al suo primo approccio con la scrittura del dialetto foggiano, utilizza come simbolo di schwa l’apostrofo ‘ in fine di parola (sudát’ sudato; semb’ sempre). Infatti nel libretto “Pochi puntini sugli…. i” del 1934, nelle note ad un canto popolare foggiano e ad una composizione del Perrucci scrive: “l’apostrofo in fine di parola sostituisce la vocale non pronunziata nel dialetto.”. In un’altra nota dello stesso libretto la scrittrice sottolinea che “tutte le vocali con l’accento acuto si pronunciano strettissime”. Riportiamo alcuni esempi: sanghé sangue; bellé bello. Infine, a proposito del termine “schett’”, scrive che “la prima sillaba si legge come in pesce”. Nelle opere successive (‘U canté d’u tavulijeré del 1959 e Primo canto dell’Inferno di Dante del 1961) la Loiodice utilizzerà come schwa esclusivamente la é con accento acuto (canté canto; giugné giugno tavulijeré tavoliere). Nelle avvertenze alle ultime due opere citate la Loiodice scrive: “Le vocali finali, in ogni parola, sono sempre mute. Ne “‘U canté d’u tavulijeré ” aggiunge: “Quelle portanti l’accento acuto, sono strette, quasi mute; le altre, aventi l'accento grave, sono aperte, larghe”. La rappresentazione grafica delle vocali mute con é è stata ripresa anche da altri autori quali R. Pagliara, Rabbaglietti, Marchetti, Pellicano, ecc. Anche la Loiodice, come Bellizzi, Giordano, Bucci ed altri scrive, per così dire, alla napoletana, cioè fa seguire alla vocale i tonica una e o una é simboli di schwa, che involontariamente vanno a formare un dittongo, creando dubbi sulla corretta pronuncia di alcuni vocaboli (vijend’ vento, ‘mbijétt’ in petto), o addirittura inducendo a pronuncire tali termini, appunto, alla napoletana. La Loiodice utilizza, quando necessario, il raddoppiamento sintattico della consonante iniziale di parola (bbona buona).

Amelia Rabbaglietti in una nota alla raccolta “Canti e quadretti di vita paesana nella tradizione folkloristica foggiana” (1957), dà questo tipo di indicazioni per la scrittura e la lettura del dialetto foggiano: “Nella scrittura del dialetto foggiano, l’accento acuto, quando cade nel corpo della parola attutisce il suono alla vocale, mentre in fine di parola la vocale diventa muta”. La Rabbaglietti utilizza gli accorgimenti grafici della Loiodice.

Arturo Oreste Bucci nel suo Piccolo dizionario dialettale (1964) non dà indicazioni fonetiche per la lettura. Di tanto in tanto Bucci pone l’accento grave sulle vocali toniche e ed o anche quando la dizione foggiana avrebbe richiesto un accento acuto (capisciòle fettuccia, cannèle candela, pèttele pettole).

Raffaele Lepore, autore di poesie e commedie in dialetto foggiano, nell’introdurre il suo libro di poesie Carosello foggiano (1970), scrive: “La vocale “e” senz'accento è sempre muta. Se la vocale “e” ha l'accento grave si leggerà aperta, se ha l'accento acuto si leggerà chiusa.” Riportiamo alcuni esempi: 'ndèrre per terra; ére era, v. essere.

La prima pubblicazione in dialetto foggiano del giornalista Mario Ricci risale al 1975 (Tuttoteatro, raccolta di commedie dialettali). In questo lavoro la a tonica si presenta quasi sempre senza accento e a volte è segnata con l'accento circonflesso (âta, âtu). La vocale e tonica è segnata nella maggior parte dei casi con l'accento acuto, (fésse stupido), e qualche volta con l'accento circonflesso ('rête dietro). La vocale i tonica è quasi sempre segnata con accento grave (succìsse successo), a volte presenta l'accento circonflesso (dìce, cìnte, bicchìre, frìscke). La vocale o tonica, salvo rare volte in cui presenta l'accento circonflesso (vôle, ôme, pôte), è segnata con l'accento grave (angòre ancora, 'mbrugghiòse contorta). La u tonica viene quasi sempre accentata nelle parole sdrucciole (lùcckele, sùbbete), qualche volta nelle parole piane (scùrze, all'anùte), a volte, nelle parole piane, presenta l'accento circonflesso (bûne, dûje). Ricci a 24 anni di distanza pubblica un Vocabolario Foggiano-Italiano Italiano–Foggiano (Bastogi 1999). A proposito delle vocali scrive: “La “a” si pronuncia come in italiano, raramente aperta e solo quando è all’inizio della parola, (“cappòtte”: cappotto). Nei casi in cui è compresa nella penultima sillaba di una parola (“capitàne”, “pàne”), si pronuncia chiusa, gutturale, con un suono che richiama quello dell’ “eu” francese: dieu, chanteur. La “e” finale non si pronuncia, nelle parole suddette, e la “n” che la precede, entra appena nel suono. La vocale “e”, quando non è accentata, non viene pronunciata. Per esempio: “metà”, si legge “m’tà”, “cammenànne”, si legge “camm’nànne”. Va sottolineato subito la grande difficoltà di lettura e pronuncia, se venisse omessa la vocale “e”, perché nel pronunciare le due parole citate, tra la “m” e la “t” e tra la “m” e “nanne”, c’è una piccolissima pausa, pausa che scomparirebbe senza la vocale, il che cambierebbe il suono. Ecco, quindi, che la “e” muta ha una sua funzione fonetica. La e diventa muta quando è scritta senza l’accento, qualunque sia la posizione occupata nella parola. La si pronuncia regolarmente, invece, quando è scritta con l’accento, dandole l’inflessione dettata dal tipo di accento che reca.”

Sempre nel 1975 Osvaldo Anzivino, pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo Quatte passe pe Ffogge, seguita nel 1978 da Archi sul tempo. In questi due lavori Anzivino utilizza la e non accentata per rappresentare graficamente le vocali mute sia in finale che all’interno della parola (cundènde [kundèndə] contento). La vocale tonica a ed il fonema [ɜ] vengono resi egualmente con una à con accento grave (scanzàrme ripararmi; chiàzze piazza; màne mano; stàje stai). Le parole che in italiano prevedono il nesso nt, nel rispetto della parlata foggiana, vengono scritte con il nesso nd (lundàne lontano; prònde pronto). La scrittura di Anzivino è inoltre ricca di raddoppiamenti (cchiù più; rrumàste rimasto; ssènde sente). Nel 2000 Anzivino pubblica una raccolta di proverbi e modi di dire dal titolo Si dice a Foggia. Nelle notizie sulla pronunzia tra l’altro scrive: “Qualunque autore dialettale è sempre tentato, nel presentare una pubblicazione in dialetto, di consigliare per la trascrizione fonetica quella portata avanti dagli inglesi, ormai in uso in campo internazionale, dell’International Phonetic Association. Ma è proprio la gran parte degli studiosi, però, pronta a riconoscere che all’atto pratico si finisce sempre con lo stabilire un compromesso che consente di superare non poche difficoltà. Sicché, con tutto il rispetto per i filologi, ci limiteremo a mettere da parte qualsiasi segno diacritico facendo poche avvertenze forse utili più al lettore foggiano che agli altri.” Anzivino poi avverte: “La vocale a, in sillaba aperta, ha un suono prossimo ad eu, quando si trova in posizione intermedia di una parola. La vocale e nel corpo e in fine di parola se non è accentata è muta. La vocale i ha suono naturale quando è tonica e precede o segue altra vocale o la semivocale j. La vocale u si pronunzia sempre naturale. La semivocale j l’ho utilizzata per rendere meglio la pronunzia di parole contenenti i digrammi ch, gh seguiti da coppie vocaliche iu, ie come in: figghie: figlio/a; chiù: più, e, anche se in condizione diversa, chise: chiesa. In questi casi l’inserimento della detta semiconsonante j rende la forma corretta in: figghje; chjù; chjse.” 

Giuseppe Esposto, giornalista e autore di poesie, commedie e canzoni in dialetto foggiano, nell’introdurre i componimenti poetici presenti nel suo “A l’ombre d’u ‘Pataffie” (1981), nei suggerimenti per leggere bene il dialetto foggiano scrive: “La vocale “E” senz’accento è sempre muta. Se ha l'accento grave come nella parola “sette”, si leggerà aperta, mentre, se ha l'accento acuto come nella parola “avena”, si leggerà una E acuta, quasi una mezza e. La vocale “A” invece, si leggerà per intero quando non avrà nessun accento mentre quando sarà accentata nel mezzo della parola, si leggerà gutturale, con un suono, chiuso. Questa regola, ovviamente, non si applica quando la A accentata si trova in finale di parola. Così pure la vocale “I”. I due puntini distinguono una “I” pura.”

Maria Antonietta Pagliara pubblica nel 1983 un libro di poesie dal titolo “Umorismo e sentimento”. Le vocali mute, sia all’interno che in finale di parola, vengono rese graficamente con la e (sàpene sanno; respuste risposto; passene passano). Il fonema [ɜ] è reso con una a non accentata (‘mpalate impalato; pare sembra). La i semiconsonante viene resa in linea di massima con la i lunga / j / (scurije oscurità; tuje tuo). I nessi consonantici nd ed ng, tipici della parlata foggiana, vengono quasi sempre italianizzati nei nessi nt ed nc (gènte gente; malamènte cattivo; ancore ancora; manche neanche).

Vittorio Conticelli nell’introdurre il suo libro di poesie dal titolo “cös nostr” (1986), detta “alcune norme per facilitare la lettura”. Fra le altre indicazioni scrive: “Ö = equivale ad un suono indistinto fra (o) ed (u), il suono che dà il dittongo francese (eu). Ü = equivale ad un suono di (u) poco chiaro, quasi indistinto. Ú = l’accento acuto sulla (ú) dà alla vocale un suono molto chiuso. C = la (c) in fine di parola, da sola, o apostrofata, ha il suono dolce come nella parola italiana (CECE). ‘ = l’apostrofo innanzi alla parola, dà una pronuncia smorzante alla prima consonante, rendendola quasi strascicante.” Nella scrittura di Conticelli, sia all’interno che in finale di parola, non vengono mai riportate le vocali mute (avvzöt alzato; abbtöt abitato). La vocale muta all’interno della parola viene sostituita quasi sempre con un apostrofo (r’sponn rispondere; r’pgghià riprendere; c’rvell cervello). Il fonema [ɜ] viene reso con la vocale ö con la dieresi (angappöt acciuffato; arruvutöt rivoltato; speriöm speriamo).

Paolo Frattulino, autore ed attore teatrale, nelle note di regia scritte per la commedia Une a tre (1987) sottolinea: “La scrittura del testo cerca di avvicinarsi quanto più possibile alla lettura e alla recitazione, evitando, salvo rari casi, apostrofi ed accenti”.

Angelo Capozzi, autore di pubblicazioni e copioni teatrali sulle tradizioni popolari, nelle Fiabe raccolte a Borgo Croci (1988) e negli altri lavori rappresenta graficamente la vocale e muta, sia all'interno che alla fine della parola, con il formato “apice” (nazzekarrisse culleresti). La vocale e grave viene resa utilizzando il simbolo greco della eta [ε] (rεginεlle reginella). Il suono ch viene reso con la k (poke poco). In linea di massima, e salvo rare eccezioni (come e na come una) anche la consonante c dura o velare viene resa con la k (spurkà sporcare, nazzekà dondolare). La consonante c dolce o palatale viene resa normalmente con la c (sacce so). Il fonema [ɜ] è reso da Capozzi con una ⱥ barrata (carnevⱥle carnevale).

Nicola Bonante pubblica nel 1995 una raccolta di poesie dal titolo “Fette d’anguria” il cui tipo di scrittura si avvicina a quella di Conticelli, perché fa a meno quasi sempre della rappresentazione grafica delle vocali mute sia in finale che all’interno del vocabolo (venn-n [vènnənə] vendono; zapp zappa; j-ttà gettare; maij mai; dicije disse), ma trascrive il fonema [ɜ] con una semplice a (mman in mano; nt-s-cat teso.). Nell’introdurre al suo lavoro Bonante scrive: “ ‘Papanonn’ è stato il pre-testo per entrare nel sistema che ho voluto usare per rendere possibile la lettura del dialetto foggiano che è stracolmo di parole tronche che non vedo poter chiudere con e-i-j che mettono fuori strada chi legge anche se ‘crocese’ come me. Prendi, per esempio la parola schkitt. Trovami una persona che sappia scriverla da poterne, leggendola, ripetere la esatta dizione e si becca un Nobel. Perché sch è come la parte iniziale di sciocco, scialle, prima di diventare un duro kitt teutonico. Solo un foggiano che legge a fianco e vede che si voleva dire solo, solamente, riuscirà, e sempre al secondo tentativo, a capire ”. 

Antonio Lepore è autore di componimenti poetici in lingua ed in dialetto e di un Vocabolario dialettale pubblicato in appendice al volume di poesie “D’o dijarije de nu majestre”. A. Lepore, nell’introdurre il suo lavoro, in un nota bene, rivolgendosi al lettore, scrive: “Per leggere meglio, devi ricordare che la vocale « e », quando non è accentata, è sempre muta, mentre l’ultima « a » non finale delle parole deve essere letta con suono chiuso, come si legge « eu » in francese.”. Il fonema [ɜ] è reso quasi sempre con la a non accentata (sane sano; lundane lontano; fuggiane foggiano), qualche volta con una à con accento grave (assàje [assɜjə] assai; fuggiàne foggiano; lundàne lontano; penziunàte pensionato). La e tonica viene resa sempre con accento grave (bèlle bello; fède fede). La e con accento secondario viene resa con una è con accento grave (avèramende veramente; indèlligènde intelligente). La vocali a la i e la u toniche di norma non sono accentate; di tanto in tanto presentano l’accento circonflesso (âti altri; cùme come; jùte andato; stìve stavi; ‘nzìme insieme). La o tonica non è mai accentata in parole piane e sdrucciole, lo è sempre nelle parole tronche ( ‘ndò dove; sò sono).

Don Filippo Tardio, originario di San Marco in Lamis, si avvale, come egli stesso scrive nell’introdurre la commedia Sarrije nu gguaje (2002), dei suggerimenti di A. Capozzi, e lo ringrazia “per la competenza e pazienza esercitate nel correggere il mio poco fedele dialetto foggiano”. Nella scrittura di Tardio la vocale tonica a ed il fonema [ɜ] vengono resi egualmente con una à con accento grave (stàke sto; màje lontano; cambàte vissuto; stàtte stai; àdda deve; quànne quando). Le vocali mute, sia all’interno che in finale di parola, vengono rese graficamente con la e (mestìre  mestiere; canòsce risposto; passene passano). Le vocali e ed o toniche presentano sempre l’accento grave (Sètte Vèle Sette Veli; trène treno; furbacchiòne furbacchione; Fedòre Fedora). Vi sono molti raddoppiamenti sintattici, alcuni dei quali, però, risentono delle origini non foggiane del nostro autore (sarrije nu ggaje sarebbe un guaio; ma gguadàgne a jurnàte me la guadagno la giornata). Infne Tardio usa spes-so, ma non sempre, la k al posto del digramma ch (attàkke attacca; sciòkke sciatta; ùneke unico; vòcche bocca; Rache’ Rachele; checòzze zucca), e al posto delle prepo-sizioni che iniziano con la c velare (ke con; k’i con i, con le; c’u con il; ch’i con le). 

da Antonio Sereno "Dizionario comparato del dialetto foggiano", Editrice Agorà, Foggia 2003