Guido Mucelli

Guido Mucelli ESCAPE='HTML'

Pe' te e ... pe' me

PREFAZIONE 

Eravamo imberbi quando in una serata memorabile, al Teatro «Giordano» allora «Dauno», Guido Mucelli apparve a quella ribalta nelle vesti di uno strano tipo di popolana recante l'inconfondibile marchio indigeno di uno dei tanti rioni periferici della città: un misto di aggressività, di loquacità, di goffa pretenzione, condite nella salsa piccante di un umorismo scoppiettante che generò, in giro, crisette di grassa ilarità: Giuvina Pitroccello. Vale a dire Guido Mucelli, mirabilmente trasformato, con trucchi, parrucca, bistro e ceroni, nella popolana anzidetta, madre orgogliosa e superba di una splendida ragazza aspirante al ... trono. 
Per spiegarci meglio, diremo che Foggia aveva organizzato, quell'anno, senza limitazione di spese, un «Concorso di bellezza», riservato alle rigogliose figliole locali, per la elezione della «Regina del Grano». Un concorso che è da considerarsi come precursore degli attuali, con cui si elegge questa o quella «Miss». 
Purtroppo, così come accade oggi, anche a quei tempi le votazioni non andarono per il loro giusto verso e non mancarono imbrogli e pastette perchè, a Reginetta, da parte dei vari «souteneurs», fosse proclamata una ragazza al posto di un'altra. Si scatenò il finimondo e, nelle controversie, entrarono in ballo le Autorità, la Stampa, si minacciarono querele e perfino duelli. L'umanità, allora, era davvero spensierata e poteva darsi bel tempo... 
Dalla mente di Guido Mucelli, poeta delicato ma anche creatore di «macchiette» brillantissime, come Venere dalla spuma del mare, scaturì, viva e palpitante, oltre che terribilmente polemica e spigolosa, Giuvina Pitroccello, in funzione - come abbiamo già detto - di madre virulenta e verbosa di una delle candidate che l'addomesticata votazione, in seno al Concorso, aveva bocciato. Da quanto andiamo riferendo, s'arguisce che fu lo stesso Mucelli, macchiettista e dicitore di eccezione, a portare in giro, nei Teatri e nei Salotti foggiani, la sua «Giuvina», che, accompagnata in «sott'onda», come si dice adesso, da una musichetta appropriatissima, fece sbellicare dalle risa i nostri padri. 
In tal modo conoscemmo Guido Mucelli e ne ricevemmo una 'sì viva impressione che, a distanza di non pochi lustri, essa è incisa nel nostro ricordo, come un quadro che la mano felice di un pittore abbia fissato, con colori indelebili, su una tela immaginaria. 
Nè lo spettacolo finiva lì. 
L'artista, tra i battimani, si allontanò dal palcoscenico per tornarsene nel suo camerino dove si trasformò nettamente, per riapparire al cospetto del pubblico, in altre vesti non meno originali e divertenti, interpretando altre «macchiette» intonate ad uomini e vicende del tempo che, ricche di spirito e comicità, incontrarono i più larghi favori degli intervenuti. 

* * * 

Di fronte al «Comico», il compito della critica non è quello di cercarne la sua definizione, ma quello di determinare la personalità dello scrittore comico, valutandone, anzitutto, la disposizione e l'attitudine a cogliere il lato ridicolo delle cose, le loro contraddizioni; a vedere i raccostamenti più strani delle idee e delle immagini, le qualità di fantasia e d'ingegno, lo spirito agile, vivo e penetrante che formano la caratteristica di quello che si dice un temperamento comico che, tra l'altro, richiede intuito e penetrazione critica. 
In tal senso ci è facile affermare che Guido Mucelli ha racchiuso in sè tutti i requisiti necessari che ne han fatto un umorista completo, che nelle sue « macchiette » in vernacolo, ha saputo « vedere » e contemporaneamente estrinsecare l'anima della Foggia del primo Novecento. Lo dimostra il fatto che egli, comico puro, finchè l'età ed i dispiaceri - quelli comuni a tutto il popolo italiano - non ne hanno fiaccato lo spirito, è riuscito, sempre, a farsi circondare da un'atmosfera di sincera simpatia da parte del pubblico, da una corrente affettiva che, una volta stabilita, ne ha cresciuto potentemente l'intensità e l'effetto. 
In tema di comici, c'è un esemplare rivolto a suscitare il riso di una moltitudine, come per esempio quello teatrale; c'è, poi, il comico che si sa porre in evidenza anche con un breve componimento letterario; il primo è di effetto immediato e sicuro, perchè in compagnia si ride più facilmente, mentre nella solitudine si è meno disposti a ridere o non ridiamo affatto. 
L'umorismo e la comicità di Guido Mucelli sono stati tali da affrontare vittoriosamente ogni confronto con il pubblico: sia che, in qualità di attore, lo avesse di fronte, sia che, in veste di poeta oltremodo comunicativo (anche i lettori, in certo senso, per colui che scrive, formano un pubblico immaginario) non ne potesse seguire direttamente impressioni ed impulsi. L'ipocrisia, l'avarizia, la vanità, l'ignoranza, la prepotenza, la paura, la gelosia ecc. sono stati gli aspetti che, assillando il fragile uomo, han dato al nostro autore-attore la materia viva per creare una forma di poesia tutta foggiana, destinata a proiettarsi nel futuro, in tema di tradizioni, usi e costumi della nostra città. 
« 'V festacchio '" tra gli altri, forse è il parto poetico più geniale del Mucelli, del quale non si sa se ammirare la efficace descrizione di un « bel mondo », sui generis, oggi scomparso; un mondo che, quanto a « dolce vita >>, contraddistinse Foggia di ieri; oppure i tipi e le figure che in quel mondo si muovevano, agivano secondo istinti e piani prestabiliti: macchiette davvero sconcertanti, seppure permeate di grande umanità. 
« 'U festacchio » racconterà ai giovani d'oggi e di domani, in qual modo, nella prima metà del « 900 » si divertissero i loro genitori ed i loro nonni; essi lo apprenderanno attraverso il gioco fantasioso di una poesia fresca e scoppiettante, creata dalla mente agile e fervida di un artista quale, in effetti, è stato il « Nostro ». 

* * * 

In questa raccolta di versi in dialetto foggiano, al lettore capiterà, più volte, di imbattersi in un Mucelli inconsueto, in un Mucelli che, avendo abbandonato alle ortiche la sua gaiezza, il suo divertente umorismo, si è applicato sul viso la maschera del dolore in cui, spesso, l'uomo si rifugia, disperatamente alla ricerca di una leva purificatrice che lo avvicini un tantino al Cielo. Un Mucelli che, ispirato dalla sua Musa triste, riesce a penetrare facilmente nel cuore di chi gli si accompagni anche per questa strada, che sfocia, al suo estremo, in squarci inopinati di autentico lirismo. 
Appartengono a questa seconda maniera del poeta: « Cecate », « A nu cane», « Casa caduta », « Abbascia a 'na grotta », « Fiamme » ed altre ancora. 

* * * 

Eccoci, ora, per concludere questa Prefazione, a presentarvi un Mucelli ridotto alla sua più semplice espressione. Quello che, se doveste incontrarlo un giorno, per istrada, prima ancora del saluto, vi scaricherà addosso, immancabilmente, una delle sue innumerevoli barzellette. 
Vedetelo là il Cavaliere (Guido Mucelli è Cavaliere del Lavoro, per meriti ferroviari) che sta imboccando il Viale XXIV Maggio: 
- Caro Cavaliere (gli gridiamo), come va la vita? E la vecchiaia?... - Mucelli ci guarda con i suoi mobilissimi occhietti, infine ci aggredisce: 
- Vecchiaia? ! Quale vecchiaia? ! Io sono giovane... 
- Cavaliè ... e tutti quei capelli bianchi dove li mettiamo?... 
- Capelli bianchi?! I miei capelli sono neri... Con i tempi che attraversiamo, io... vedo tutto nero. ­
E si allontana ridendo, con quel risolino nasale che, in passato, fu una delle sue armi migliori per portare il suo pubblico all'ilarità ed all'applauso più incondizionati. 
MARIO TARONNA

Con animo veramente grato pubblico quanto Gino La Capria - squisita anima di poeta dialettale e musicista - e col quale divisi tante ansie e tante gioie, e mi sia consentito, anche successi, nel tentativo, che a molti sembrò audace impresa, per l'affermazione del nostro vernacolo sulla scena, ebbe a scrivere per le mie modeste composizioni, quando, prima dell'ultima guerra, ebbi l'idea di lanciarle alle stampe. 
G. M.

"Anche il dialetto foggiano, attraverso il tormento dei suoi appassionati studiosi e cultori, ha velleità letterarie. 
Non può, nè deve sembrare ardito il proposito, se si pensa che ogni dialetto è geloso patrimonio di un popolo, ed ogni popolo ha le proprie aspirazioni. 
La bibliografia del dialetto foggiano conta pressochè tante pubblicazioni quante sono le dita della mano; dunque è grama ma non sterile. La fecondità è confermata da questa opera del Mucelli, la quale assume un deciso indirizzo verso la affermazione della nostra cultura dialettale. 
In questa armonica raccolta di composizioni, l'A. ha magistralmente trasfuso la parte viva dell'anima popolare foggiana, rendendola semplice, bella, schietta, cioè vera. 
Arte difficilissima quella di scrivere il nostro dialetto, povero di vocaboli ma non di risorse espressive; ma ardua addirittura è l'impresa di scriverlo con efficacia artistica. 
Per l'A. tutto ciò è di una piana e rettilinea normalità, possedendo egli la padronanza della frase, del vocabolo appropriato, della inquadratura scenico-letteraria, ed una inesauribile miniera di inventiva. 
Poesie che sono gemme, prose che sono poesie: tanti profumi distillati dall'ingegno scintillante di questo massimo nostro scrittore dialettale, la cui notorietà ha, 
da tempo, varcato i confini regionali. 
Guido Mucelli - sognatore di una Foggia sempre più grande - esalta qui in forma or comica, or seria, or grottesca il popolo di Foggia, laborioso ed onesto, passionale e sobrio, sincero e buono, onde l'anima di esso sia degnamente apprezzata oltre Tavoliere. 
Primo, nel 1911, a lanciare il nostro dialetto sulle scene, l'A. è ora il primo a lanciare un libro che, analizzato o sintetizzato, è vera opera d'arte che gli conferisce, in definitiva, il titolo di maestro nel genere. 
I tipi, le scene, gli episodi che egli qui fedelmente riproduce sono filmi parlati da cui si coglie un gran senso realistico che solo in pochi grandi scrittori di altri dialetti è possibile riscontrare. 
Per dare all'anima di un popolo, nella forma vernacola, il colore autentico, bisogna aver profondamente vissuto col popolo ed averne assorbite le intime sensibilità psichiche. 
Il presente caleidoscopio, interessante ed insieme spassoso, rivela che l'A. ha tutto ciò meticolosamente osservato, offrendo a Foggia il più bel monile spirituale che le occorreva. 
Ecco finalmente il dialetto foggiano entrare in veste ufficiale nell'agone delle vernacole competizioni, per merito di Guido Mucelli, degno figlio di Foggia. 
Di solito, le prefazioni sono la firma di avallo del1'opera; qui siamo tra le rare eccezioni in cui l'A. assume serenamente anche la responsabilità della prefazione, di cui bisognava fare a meno."
GINO LA CAPRIA 
Foggia, Maggio 1940

POESIE

ABBASCIA A 'NA GROTTA
(1910)

'Na brutta nuttata cu n'acqua e 'nu viente.
D'abbascia a 'na grotta, c' 'a porta serrata
Se sente ogne tante 'nu brutt lamiente!

Annant'a 'nu Sante 'na lampa appecciata,
'Nu vecchio ca more se lagne ogne tante,
'Na vecchia ca chiagne vecine assettata,

'A casa vecine s'abball e se sone:
'Na festa, 'nu chiass. L'effett d' 'u vine
Nisciune cchiù sente, nisciune arraggione.

Chi chiagne e chi rire ma ... 'a festa è fenute,
Fenut'è 'na vita ca cchiù nun se lagne,
S'addorme 'na vecchia e... 'na lampa se stuta.

'U CIUCCIO E L'ASSESSORE
( 1910)

- Ne, bella fè, 'stu ciuccio -l'ha ditt l'Assessore-
Nun pote stà qua dinte, pecchè cu 'stu calore
Va trove quala vota, cu 'na freva maligne,
Ve ne jate tutt'e tre a l'albere d' 'i pigne. -

- Ma, signurine mije, nun ce stace paura,
Pecchè ogne sera nuje po' ce tenim' 'a cura.
E po' 'stu ciucciariell, parlann cu' crianza,
A nuje nun ce ha fatt maje sente 'na lagnanza.

'Ndecenn mancamente è tant'accrianzate
C' 'a sera iss nun trase si apprime n' s'è spicciate.
Tiempe de virno po', cum' 'u facess'apposta,
S'adda feccà c' 'a cape sott' 'a cuverta nostra.

Marìteme, mo eje, lu vole bene assaje,
Pecchè senza de isse nun magnarrimm maje.
E' 'nutele n' se crede, li manche la parola,
Forse capisce megghie de chi vace a la scola.

Ce stace 'u suggialiste Uclite Trematore, (1)
C'afforza vace e vene ca 'u vole fa elettore.
Dice: - Fra tanta ciucce ca stann 'ncanneliere,
Appen'arrive quiste 'u fann cavaliere. -

- Mo eje, tutt lu sann, n'ha fatt maje male!
Si signerie l'ampare po', d'anghianà li scale
La sera e la matine, allora ve prumett,
L'affitt 'stu quartine ca stace de rempett!

'U ciuccio c'ha capite ca 'i vonn dà lu sfratt,
Arragghie, zompe, gride, proprio cum' 'a 'nu matto
'U povere Assessore, vedenn 'sta funzione
Trema pe' la paura, ma sùbbete 'a patrone:

- No, nun schiantann'è nind, povera fruschia mije,
Ha viste a signerije e pigghie gelusije! -

(1) - Segretario della Camera del Lavoro dell'epoca.

FIAMME
(1912)

Parev' 'a casa 'na furnace ardente,
Nisciune cchiù traseve pe' paura,
Mentr'atterrita lucclav' 'a gente:
- Salvat'a quella povera criatura !

'Nu pumpiere, n'ate, nat'ancora,
Ognune azzarde desprezzann' 'a vita.
Ma è tropp' 'u fuoche, tropp'è lu calore,
E 'sti liune resten'avvelite !

E quann'era perdut'ogne speranza,
'Na femmena se mena 'mmiezz' 'e fiamme.
A vole mantenè chi stace annanze,
Ma quella pass' 'u stess: 'a mamma, 'a mamma!

- Madonn’e cchè succede? - ognune dice,
E aspetta e nun respire pe' paura;
Ma sop'a quill povere 'nfelice,
E' scuffulate (1) tutt' 'a travatura!. ..

E a poche a poche sò fernut' 'i fiamme,
E sott' 'i trave garze e affumecate,
Hann truvate pure a quella mamma,
Morta, c' 'a figghia suje, carbunezzate!...

'U FESTACCHIO 
(1910) 

'A festa è accumenzate. Chè poche d'ammuine: 
Guagliune, trezzelose, segnure e pichescine. 
'A casa addò s'abball è 'nu cafè arrezzute, 
Addò ce àbet' 'a fame e 'a fetenzia cusute. 
Hann'addubbat' 'a sala cum' 'a 'na gallarije, 
Chi trasarrije malate, muorte se n'isciarrije ! 

Stace 'nu lume a gas ch'è probbie 'na schifezza 
E 'nu tappete 'nterra de fanghe e de mennezza. 
Sott' 'u suffitt po', pe' fa cumplet' 'a reggie, 
Stace 'a felinie appesa ca face da panneggie. 
Attuorn'attuorne po', pe' fa assettà 'i 'mmetate, 
Ce stann' 'i duvanett e tre seggie sfunnate. 
Sop' u bancone nigro, cchiù nigro d' 'u tezzone, 
Stace 'u bufè accunciate, ma face cumpassione : 
Paste, resolie e vino, vermut trasparente, 
E chi s' 'u veve spiss se cagne 'i sentemente.

Vecine 'nu 'nzevuse stace a sciacquà 'i bicchiere, 
E n'ate cchiù zenzuse face da cammariere. 
'A museca è 'a cchiù bell: Tatonn cu Nannine, 
Une son' 'a catarre e !'ate 'u mandulline. 

Mo arriv' 'a nubeltà: mudiste e sartulelle 
Ca manc'a farl'apposta, sò tutt quante belle. 
Me pare 'nu serraglio de scigne ammaestrate 
E ognune s'addummann: -Addò l'hann scavate? ­
Mimosa, Margarita, Tanella e Giuseppina, 
Trisina, Genoveffa, Lucietta e Cuncettina. 
A ognune l'accumpagne 'a mamma o la ziane, 
Pe' fa stà 'i giuvenott a posto cu li mane. 

-Se premettete 'a sale stasera a cumann'ije, 
E abball cu Lucietta. 'U ess'a dama mije? ­
Te mè, senza fa moss, ije mo me spieg'apprime! - 
Gnernò, nun ce penzann. Jame Tatò ce sime? 
E allora allegramente, Tatò 'na polca amplass. 
Guagliù m'arraccumann, a gire e senza chiass. 
Jame tre copie in piazza, (chè sò fotografije?) 
Se sape 'a megghia copia è semp'a copia mije ! ­

-Oh, nun strengenn ! -E citt ! -Te quist'è n'atu guaie, 
'J teng' 'u buste strint ! - Ma n' 'a fenisce maie! 
Assè. Me, chè respunne, me vuje si o no? ­
- A vì, là stà mia matro. Jat'a parlà e po', 
Si ess'acconsentiscio ije vi rispondarò. ­
- E se n'acconsentiscio e me responn: no, 
Acconsentiscio tu ca ije ti fuggiarò? ­

Sentite è 'na schifezza, nisciune cavaliere 
'A dama pe' crianza ha offerte 'nu bicchiere! 
Dope c'hann'abballate e hann spezzuliate, 
Hann fatt'a vedè ca se ne sò scurdate. 
Guardate 'stu bufè, pare 'nu murteciell ! 
'U patrune s' 'u guarde e chiagne 'u puveriell 
Cume vuless dice: - Ma sò probbie fetiente, 
S'abball, se pazzeie, ma nun se spenn niente! 

Guardann mo 'a sala se ved' 'a differenza. 
Ballann, se capisce, se piglie 'a cunfedenza. 
'I femmene c'apprime stevene separate, 
M'ognune tene accuoste 'u spose suje assettate. 
'I mamme e li ziane, chè ne parlarne a fà, 
Chi dorme, chi suspire, chi penz'a cretecà. 

Sò tutt bbona gente, 'ndecenn mancamente, 
E guaie si quacche une vuless fa 'u fetente. 
Sùbbete 'i vit'a lore, 'sti quatt ruffiane, 
De fa la faccia gialla cum'e la zalfarane. 
'A fin'i cunte po', ne sim'arraggiunate, 
A 'sti figghiole quà pecchè l'hann purtate? 
Sperann ca l'ascess 'na bbona concenture, 
Pe' mode c' 'a figghiola se leve d' 'a sventure. 

- Allora un altro ballo. Mazzurca allegramente. 
Tatò m'arraccumann, accuorde 'stu strumente! 
- E' 'nutele ca dice. Pecchè sò fatt vecchie? 
Ma tenghe, 'ngrazia a Dije, sempe 'na bona recchia. 
Chiuttost'è 'sta schefosa ca nun se stace attiente 
E ca si n' 'a fenesce pigghie e l'abbott' 'i diente. 
- Suone, 'nfacenn moss, quante sì assaliate! 
Mannagghie a quann'è state ca m'agghie accumpagnate! 
- Puozza jettà 'u velene, vuò avè pure raggione? 
Tiene 'sta faccia tosta cchiù tosta d' 'u matone. 
Me stache sfecatann: sol, cadenza e re, 
E quell'a tutt sente fora ca sente a me. 
- Guè, guè 'nfacite storie ca quà stann' 'i signure 
E nun vulime fà pe' vuje brutta fegure. ­

Sti copie ca sò asciute so tre àmbele sicche: 
'A prime: ess'è ciott e iss'è sicch sicche. 
S'arraggia 'u pover'ome c' 'a vularrije gerà, 
Se face ruscie, sude, ma chè fatic'a ffà? 
- Nannì, però 'u cuntrè nun 'u putime fa, 
Pecchè assulutamente nun ve pozze gerà! ­
­ E jame, stringe, mene, te mettiss'a paura? ­
­ No, ma nun sacce come, s'è smoss' 'a nervatura. 
Tenite 'sta pesante, pe' grazia d' 'u Segnore, 
Ca mo, se nun m'assett, azzopp 'nterra e more! 

Guardann po' 'a seconda, è 'nutele ca 'u diche, 
Parene tale e quale 'a mazza e lu pustìche. 
Essa me pare probbte 'na pupa de cartone, 
Iss po' è luonghe e sicche cum'a 'nu lampione. 

'A terza copia 'nvece è megghia a tutt quante. 
Abball il focco-strotto e il tango assai ligante. 
Essa s'ha cumbenate 'na vesta a decoltelle 
Ca m'assemmegghie probbie 'na fodere de 'mbrell: 
De seta giappunese, guarnita de gallone, 
Me pare tale e quale ch'è figghia a Re Bastone. 

Quacche atu ball e po' se metten'a magnà. 
'I coppie a core a core, vecine s'hann stà. 
'A tàvele se forme cu tutt' 'i tavuline: 
Se metten' 'i mesale, 'i vrocche, (¹) 'u pane e 'u vine. 
Mesale e salviette sò tutt recamate, 
'I vrocche e li cucchiare sò d'argiente 'ndurate. 
Chè bella pulezzije, si addure 'nu curtiell 
Tu vaje de facce 'nterra p' 'u fiete squagliatiell. 
Eppur'è tant' 'a fame de tutt 'sti 'mmetate, 
Ca pare de vedè tanta cane arraggiate. 

Dope magnate, 'u vine, pe' giusta reflessione, 
Ave cagniat'a tutt 'a faccia e l'opinione. 
Fernute è ogne crianza e ogne gentelezza, 
Sò tutt frate e sore p' 'a gioia e p' 'a priezza. 
Tu vit' 'u mmischia mmischia ! Financh' 'i prufessure, 
Se so mmeschiate pure c' 'a folla d' 'i segnure. 
- Nannì, Nannì, addò staje? Chè faje ca nun te sente? 
Po' dice ca sò ije ca vogghie fa 'u fetente. ­
- Tatò nun ce penzann ca stace mmiezz'a amice, 
E sole 'u Padre Eterno 'a pozza benedice. -

Quacche atu ball e po' 'a feste è già fernute, 
E a l'uteme se dice: - Embè, chi ha avute, ha avute! ­

(¹) - Forchette

CUMPAGNE 
(1912) 

-Partemm 'nzieme e sò turnate sule. ­ 
L'ha ditt 'nu cumpagne ch'è turnate. 
-Paremm frate e 'a morte ce ha scucchiate. 
Campamm 'nzieme e sò rumaste sule. 

Ognune cumbatteve mmiezz' 'a guerra, 
E cumbattemm'allegre pure nuje. 
'Na pall' 'u cogghie 'nfronte, cade 'nterra, 
E more defennenn' 'a Patria suje !... 

E li truvamm 'mpiett, sop' 'u core, 
'Na bella banderella a tre culore !... ­

A 'NA MEZZA SIGNORA 
(1951) 

Chi sa si cocche vote, a la scurdata, 
Ve vene a mente 'a casa a pianterrene, 
'A strate, 'i vricci, semp' 'a stess lote, 
Addò 'mmiezz' 'a meseria site nata. 

Ve vene a mente 'stu marite vuoste, 
Senz'arte, vagabonde e analfabete, 
E ca tenev'appena ve spusaije, 
'I pezz 'ncu...olle e 'i scarpe rott'a 'u pete. 

E si ve vene a mente, 'ncè penzate, 
Mò ca nun site cchiù 'na poverella, 
Mò c' 'a fortuna vosta s'è cagnate, 
Nun 'a penzate cchiù 'sta casarella. 

Tenite 'u frigidè, tenit' 'u bagne, 
C'appena cocche vate ve servite, 
C' 'a ffà 'sti cose nun ce site nate, 
Nun site abbetuate ! ... 

E 'stu rescaldamente, ce penzate? 
Nun 'u vedite manche e ve scalfate. 
Senz' 'u vrasciere, 'a ruscia (1) e 'u sciucapann... 
Chè  fetenzia quill  tiempe de tann!... 

Chi sa si quann'attuorne ve  gerate, 
Int'a 'sta casa grossa assaie pe' vuje, 
Vuje nun v'addummannate: - E cum'è state? ­ 
E ve pare ca 'u core se ne fuje. 

E se ne fuje pecchè  'a recchezza vosta 
E' cume fosse de carta velina, 
Abbaste 'na ventata fore posto 
E vuje nun v' 'a vedite cchiù  vecina. 

Quanta patrune,  c' 'a stessa recchezza 
Fatt c' 'u sanghe d' 'a povera gente, 
Fatt de 'mbruglie, fatt de schifezza, 
Se sò sparate... curaggiusamente. 

E vuje perciò, penzann ca dumane 
Succede ve putess' 'u stess fatt, 
Penzann'a  'stu perìcule ca vene... 
Nun v' 'a scurdate 'a casa a pianterrene.

(1) - Carbone in piccoli pezzi.

EMIGRANTE
(1920)

-E' pìccula 'sta casa, 
Pe' nuje ca sime assaje. 
Pe' nuje ca si ce cuonte, 
Nun 'a fenisce maje. 

Perciò pe' tutt' 'u munno 
Ce tocche de gerà, 
Pregann' a quacche une 
De farce fategà. 

E sule quiste nuje 
Cercame onestamente, 
De fategà pe' l'ate, 
Ma fategà cuntente. 

E ténene 'sta gente 
'Nu nome tutt quante. 
'Nu nome solamente, 
Se chiamen' « emigrante ». 

Lassn' 'i figghie, 'a casa, 
'A mamma, sti guagliune, 
E vann persuase 
De fa tanta fortune. 

Ma partene chiagnenne 
E tornene tenenne, 
Int'a l'uocchie stampate, 
Quill c'hann passate!

Si povere sò jute 
Cchiù pegge sò venute. 
Furtune? E chè fortune: 
Meserie e caravune. 

E diche : -Ma pecchè? 
Pecchè vuje li mannate, 
Senza manche sapè 
Si buone so trattate? -

Quann'è pe' fame e fame, 
Stann'int' 'a casa lore, 
Nun vann 'a dà a 'sti 'nfame: 
Vita, sanghe e decore. 

Vuje ca pe' duvere 
V'avìta 'nteressà, 
N'avìta dice sempe : 
-E chè ce pozze fà? -

Pe' chi ten' 'a salute 
E vole fategà, 
N'ajute, si n'ajute
 Pe' forza s'adda dà. 

Nun jme stà a guardà 
Passiv'e 'ndifferente, 
Quill c'adda passà 
Tanta povera gente.

'A CASA ADDO' ABBT'IJE
(1958)

'Na casa setuat'a 'u quarte piane, 
Cu ott ballature e uttanta scale. 
Me pare 'u Kappa duje e chiane chiane 
Pe' ddoje tre vot' 'u jurne m'agghia fà. 

M'arràmpeco e 'mpartenza vuje vedite 
'N'esploratore ca senza cumpagne, 
'Na cima nova sop'a 'na muntagne 
Ten' 'u penziere de vulè scuprì. 

Pe' ogne ballature, 'a stessa storia: 
Me fazze 'na fermata ubblegatoria, 
E ca pe' farla d' 'a stessa durata, 
Diche 'n'Avemmaria p'ogne fermata. 

E dop' 'a prima rampa ca t'è fatt, 
Te siente cume fuss 'nu cardill. 
Ma quann te n'è fatt tre o quatt, 
'U saje chè sì? 'Nu bell scupulill. 

'I tengo settant'ann e purtatill 
'Sti settant'ann fin' 'u quarte piane; 
'I vestite, 'i scarpe e 'u cappiell, 
'U palettò pe' 'na vernata sane. 

Mo 'nu penziero 'ncape m'agghie mise, 
De 'na grazia ca sule vularrije. 
De 'i murenn ritt 'n Paradise, 
Sennò chè 'i diche a ffà 'st'Avemmarije? 

Ma diche: chi 'u sape si llà sope 
Me tocca d'anghianà p'avè 'stu scope? 
E allora diche 'a grazia a chè me vale 
Si pure dope muorte agghia fà 'i scale? 

Va bene 'i fazze vive, dritt e stuorte, 
Ma cchè ce centra dopo ca sò muorte? 
Embè si quist'è lu destine mije, 
'I nun 'i diche cchiù 'st'Avemmarije!

'A FEDE
(1957)

Quann son' 'a prima messa, 
Mentr' 'u munn dorm'ancora, 
Già currite de bonora 
Int' 'a Chiesa pe' pregà. 

Cu 'na crona stretta mmane, 
Int' 'a 'n'àngule ammucciate, 
Ve mettite 'ngiunucchiate 
'Na preghiera a recetà. 

Sit'ancora criatura, 
Sìdece ann nun tenite, 
E pecchè già ve sentite 
'Stu besogne de pregà?

Ve sentite peccatrice 
De chi sa quale peccate, 
Ca nisciune ha maje cercate 
De vulerlo adduvenà? 

O pregate pe' 'na grazia 
Ca pe' forza vuje vulite, 
Pe' n'amore ch'è fenite, 
Pe' 'nu fatt, pe' chi sà? 

E vedenneve pregà, 
Cu 'sta fede, cu 'st'ardore, 
Vurrije ess 'u cunfessore 
Pe puterve cunfessà. 

Stammatina, dope tijempe, 
Cu 'na veste nera 'ncuoll, 
N'ata vota v'aggie viste 
Dint' 'a Chiesa de trasì.

Jat'a lutt e aggie capite 
'A preghiera a chè serveve: 
Pe' quaccuno ca suffreve 
E ca mo nun soffre cchiù. 

Senz' 'a grazia ca vulive, 
N'ata vate ije ve vede 
Ca tenite 'a stessa fede 
Cum'a tann, pure mo.
 
-Ma si 'a fede ije perdesse 
Pe' 'sta grazia ch'è mancate, 
(Certamente 'ite penzate)
 Cume putarrije campà? ­

E cuntenta, 'ngiunucchiata, 
Int' 'a 'n'angul'ammucciata, 
Ve mettite n'ata vota, 
N'ata vota pe' pregà!

'NA COSA 'MBRUGLIOSA
(1953)

Me l'agghie mis'a 'nnante tutte quante, 
Cume m'avessa fà 'nu suletarie. 
Vurrije putè truvà fra'mmiezz'a tante, 
Qual'eje 'a scheda c'avvarrije vutà. 

'I vot' 'i gire, 'i torn'a mett 'nfile, 
E vete ca so tutt quant bell. 
Vurrije tenè 'u curagge, ma sò vile, 
E diche 'ncap'a me: cum'agghia fa? 

Si parlarrinn, ije ce addummannarrije: 
Chi eje a cchiù sencera mmiezz'a vuje? 
Chi sa ca addummannan truvarrije 
Quacche une ca decess'a veretà.

Ma quill sò de carte fatt'apposta, 
Pecchè si parlarrinn quill scritt, 
Quante ne diciarrinn pe' resposta! 
Perciò è megghie ca se stann citt. 

E allora, cume dice? Chè agghia fa? 
Pe' quale destentive agghia vutà? 
P' 'u sole? E quale sole si sò tante? 
Ma pozz vutà maje pe' tutt quante? 

Vote p' 'u tricolore, p' 'a corona, 
P' 'a fronn, 'u scude, 'a fàvecia e 'u martiell? 
O pure vogghie fa 'na cosa bbona? 
'I mett a une a une int' 'o cappiell,
 
I 'mbroglie e po' diche a la fortune: 
« A la lampa, a la lampa, damminn'une! »

'U MASTRILLE (1)
(1959)

Quann'ero criature, m'arrecorde,
Ca mamma mia teneve 'nu mastrille ,
E tutt' 'i sere, cu furmagge e larde,
Apparecchiave 'a cena a 'nu surgille. (2)

Ca s'era tanta bell'abbetuate
De rusecà, qualunque cosa nnante,
Gerann' 'a casa 'i fosse capetate.
Peghiànnece pe' fess'a tutte quante.

Pecchè 'stu sorge (3), tanta 'ntelegente,
Penzave: - Quà, si trase, 'i certe more.
Perciò è megghie ca 'i me cuntente,
De sente de 'sta cena sol'addore, -

E quella mamma mia nun se stancave,
Ma cu tutt' 'a pacienza ca teneve,
E pe' quanta mastrill'essa cagnave,
'U sorge maje da inte ce traseve.

E 'a stessa cosa aveva fa pur'ije
Quann me fedanzaje che signerije,
'Nvece d'addeventà senza sapè
Chiù fess de 'nu fess 'nnant'a te.

Me ne scurdaje de quillu surecille
Ca me puteve serve pe' mudelle,
E fuje cum'a tant'ate 'nu 'mbecille
Facenne scattà 'a molla d' 'a purtelle.

Chè gioia ca fuje pe' quella mamma tuje
Quann vedije ca 'u sorge era trasute.
Decije: - Da 'stu mastrille nun se fuje,
Pure si tanta larde c'è vulute! -

(1) - Trappola per topi.
(2) - Piccolo topo.
(3) - Topo.

SALATIELL  (1) 
(1953) 

.. . e vuttann 'nu carrett 
tutta Foggia cammenave. 
Ogne tante se 'mpuntave, 
po' turnave a cammenà. 
- Salatiell ... salatiell .. . 
'nu turnese 'u musuriell ... -

Cammenave dann' 'a voce 
sott' 'a acqua e sott' 'a vient, 
sott' 'u sole quann coce, 
quann' 'u fridd e 'nu turmient. 
- Salatiell ... salatiell .. . 
Lucclave 'u poveriell ! 

'Nu cummerce cum'e n'ate 
ca serveve pe' campà 
'a megghiera e quatt  figghie, 
tutta quanta 'na famigghia. 
- Salatiell ... salatiell . . . 
pe' signure e poveriell ... ­

Chi ti 'i dace quill  tiempe? 
Chè  recchezza 'nu  turnese! 
Mo 'sta vita è 'nu lamiente 
pecchè troppe sò li spese. 
- Salatiell . . . salatiell . . . 
E vuttav' 'u poveriell! 

Quanta vote avrà sperate 
de tenè 'nu ciucciariell, 
ma è muorte 'u poveriell, 
senza maje puterl'avè. 
- Salatiell . . . salatiell . . . 
Chè fatica, poveriell! 

Ma si vive mo sarrije, 
nun vuttass chiù 'u carrett, 
ma attaccat' 'u purtarrije 
a 'na Vespa o a 'na Lambrett, 
ca eh' 'i stess salatiell,
nun  sarrije  cchiù  poveriell.

(1) - Lupini. 

STATE CIVILE
(1943)

- Che c'è, ne'... bella fè? - L'ha ditt l'impiegate. ­
- So venut' appuntà 'nu criature nate 
stanotte vers' 'i quatt. - Chè nome l'hann mise? -
- A nome l'hann mise Pasquale Paradise. ­
- 'U patre? -Nun ne tene! - E allora chi l'ha fatt? ­
- 'A mamm. - Grazie tante! m' 'u vuò fa scrive st'att? 
'A mamma è maretate? - Gnernò eje signurine ! ­
E face 'sti servizie? - Chè vuje, eje lu destine ! -
- Dimme cume se chiame? - Rosa Maria Nurato. ­
- 'A veretà se vede! «Maternità Onorato ». 
E 'u patre chè mettime? 
- Di patro scanisciute, 
Ciovè c'apprime steve e dope se n'è ghiute! ­
­ 'U pover'impiegate dope ca ce ha pensate, 
Ha scritt sop' 'u libre: « Paternità Alleata ».

 

CASA CADUTA
(1943)

Addo' ' i case so' cadute
Niente cchiù c'è rumanute
Ogne une ch'è passate 
Pur'i prete s'ha purtate.

Chi turnanne vularrije
'Nu recurde pe' vulije
Resta cum' 'a 'nu 'ncantate 
N' nant' 'a casa scuffelate.

Dice sole: - Addo' so' ghiute?-
Tutt quill ch'a perdute -
E li pàssene p'm 'a cape 
Cose ca nisciune sape.

Guard' 'u pìzz addò durmeve
'Nu criature ca teneve
E c' 'a bbomm scuppianne 
L'accedije 'mo face n'anne.

Guard'attuorne e 'mbaccia a 'u mure
Stace ancora 'na fegure
D' 'a madonna d' l' incurnate 
Ch'è rumaste appezzecate.

Essa sola è rumanuta
Int' 'a casa ch'è caduta
Essa sola c'ha guardate 
Tutt' 'a ggente ch'a arrubbate.

Essa sola, essa sola
Senza dice 'na parola
Essa sola ca puteve 
Fà giustizia, 'si vuleve.

E guardanne ognune dice:
- Nen se sape se 'i nemice
So' l'Inglise e 'a Amerecane 
O so' probbije l'Italiane.

A 'NU CANE 
(1939) 

Chi sa pecchè, 'a sera puntualmente, 
Cume t'avesse dat'appuntamente, 
Te vet'appriess'a me. 
M'aspiett  llà, o chiov'o stace 'a luna, 
E po' me cunte 'i pass'a une a une 
Venenn'arret'a me. 
Camìne e tu camìne, 
Me 'mponte e tu te 'mpuonte, 
Te guard'e tu me guarde 
Cu 'st'uocchie  lucent e penetrante 
Ca pàrlene senza putè parlà. 
Chè vuò? 
Chè vien' a ffà mo ca se n'è partuta; 
Mo ca tutt'è fenute? 
'A stessa sorta mia è stata 'a tuje 
E ce ha rumaste sule a tutt'e duje !

OFF LIMITS
(1943 )

Nun ce stace 'na serate
Ca turnann d' 'a fatiche
Nun truvass'int'assettate,
D' 'a megghiera quacche amiche.
E 'na sera è Amerecane,
N'ata sera è Canadese,
Cocche vote è n' Afrecane,
E cocche ate è 'nu Scuzzese.
E 'sta casa de Sabbella
Pare probbie 'nu quartiere,
Manche sule 'a sentenella
C' 'u sargente e 'u trumbettiere.
Chi li porte 'a 'nilla (1) d'ore,
Chi 'u brellocche c' 'a catene,
E Sabbella ch'è de core,
Certamente nun s' 'u tene.
E 'u marite, ca n'è fess,
'I mazzate 'nc'i sparagne.
Ma l'effett è semp' 'u stess:
'A segnora nun se cagne.
Finalment' 'a medecina
Da tre sere l'ha truvate:
'Mbacce a 'i lastre d' 'a vetrina
« Off limite » ha stampate.
Pe' tre sere, 'ngrazia a Ddije,
Qann trase se cunsole.
Quella scritt... chè allegrije! ...
Finalmente 'a trove sole.
Ma 'u destine l'ha stepàte
N'ata splendeda surprese,
E stasera l'ha truvate,
'Ncumpagnia de 'nu burghese! ...

( l) - Anello.

E' BUONE E CE VULEVE
(Senso unico) (1940)

E si, cummara mia, è buone e ce vuleve 
pecchè pe' 'mmiezz' 'a via, cchiù niente se capeve. 
- Abbat'a 'sta carrozza, abbat'a bicicletta, 
e si nun stiv'attiente, 'na motocicletta, 
pe' poche 'nt'accedeve. 'Nu povere criature, 
truvannese quà 'mmiezz, mureve de paure. 
Quann'ereno li fieste, vediv' 'u vutta vutt ! 
'Na povera figghiola n'aveva avè de butt ! 

Mo 'nvece è n'ata cosa, li vasarrije li mane. 
Me pare tale e quale cume stess'a Melane. 
'I vit'a lore, a nè, tal'e quale 'i suldate, 
nun passeno si apprime 'a guardia 'ns'è avutate. 
Te pare tale e quale, p' 'u pass ca tu puorte, 
cum'iss probbie tann'a accumpagnà 'nu muorte ! 
E gire attuorne attuorne, chè scena cummuvente ! 
Pare 'nu carusiello. Ce manca solamente

'nu bell lurganetto ca son'a Traviata, 
'i varche, 'i cavallucce, 'na cùpula 'ndurata. 
E vitarriss'a fiera de Santa Catarine, 
cu' tutt l'anemale, frustiere e pellegrine. 
A jere a nè, 'na guardia, senza sapè ragione, 
vuleve ca pe' forza me chiamass Pedone. 
Ije jeve sop' 'a destra, nun ce aveva abbadate, 
e 'a guardia ca gredave: - Pedone, dove andate? 

Ije certe nun sapeve de 'stu chiass' 'u pecchè, 
Sentenn 'stu Pedone, diceve 'ncap'a me: 
- Va trove cu chi l'ave! - e iss: - Bella fè, 
ce siente o nun ce siente? - A nè, l'ave che me! ­
- Faje pure a vedè 'a sorda, passe da quella via! ­
- Uh! scuse, haje ragione. E sì che 'a colpa eje 'a mije. 
'U sacce ca nun jeve pe' sop' 'a mana bone, 
però, pe' norma tuje, nun me chiame Pedone. ­

'N PARADISE
(1960)

'U 'n Fierne, 'u Paradise e 'u Purgatorie, 
Pur' 'i criature sann ca 'u Signore, 
A une de 'sti Regne ha cumannate, 
Ca s'adda presentà quann'une more. 

E 'u Regne ca l'attocche, certamente, 
Depende da cchè ha fatt sop' 'a terra. 
Si è state n'usuraje, 'nu preputente, 
Si ha mise sempe pace o ha fatt guerra. 

Ma 'stu popole mije ch'è 'ntelegente, 
De 'sti tre Regne, si t' 'u fa 'na rise, 
De une se ne serve sulamente, 
E questu Regne è sul' 'u Paradise.

E statt'a sente 'stu dialughette: 
- Chè eje, Mariù, 'stu lutte ca t'è mise? -
- Pe' quell'anema sant'e benedette 
De mamma mia ch'è gh'jute 'n Paradise ! -

Me sò spiegate? 'A mamma appena morte, 
'A figghia 'n Paradise l'ha mannate. 
E pur'a questa, 'u lutte pecchè 'u porte, 
Si ce addumann sijente cum'è state: 

-Pe' frateme, pe' frateme Gaitane ! 
Salut'a vuje mo face sette mise, 
Pe' 'na caduta da 'nu terze piane, 
Se l'ha chiamate Criste 'n Paradise !... ­

Fosse 'nu galantome o 'nu dannate, 
Muorte de malatije o muort'accise, 
Abbaste ch'è fuggiane, è assecurate, 
Adda trasì pe' forze 'n Paradise. 

'U fatt'è ca mo tutt' 'i furastiere, 
S'hann'amparate 'u trucche sane sane, 
E appena 'n Ciele, dinn'a lu purtiere: 
- Cumpà, famme trasì ca so fuggiane. 

E de 'stu pass, care amiche mije, 
Penzann cum'i cose se so mise, 
Chi sa, da qua e cijent'anne ca mor'ije, 
'U trove quacche posto 'n Paradise. 

E allora, cume fann p'int' 'e trene, 
De prenutarle quann 'e tanne, vete. 
Ma si n' 'u trove nun me pigghie pene, 
'I vote cuozze e me ne torno arrete.

'A CEMENERE (¹)
(1959)

Questa strade larga e bell 
l'hann fatt scufflanne 
case vijecchie, 
case vijecchie de tant'anne. 

Addò sule ce abbtave, 
gent povera affamate, 
ca campave, 
ca campave abbandunate. 

'A meseria, tu capisce, 
'nu spettacule pur'essa. 
Coste poche, 
coste poche e ti 'nteressa. 

Si magnave o nun magnave, 
se leggeve sop' 'u titt, 
addò tutt, 
addò tutt steve scritt. 

Si vediv' 'a cemenere 
menà 'u fume cuntnuate, 
se magnave, 
se magnave cucenate. 

Ma si 'u fume nun asceve, 
'a cucina stev'a lutt. 
Se magnave, 
se magnave ... pan'asciutt ! ... 

E chi forse ne vuleve 
fa d' 'a fame 'nu mestere, 
nun pensave ... 
ca ce stev' 'a cemenere.

(1) Fumaiuolo.

SENZA FIGGHIE
(1960)

'Sta signora ca vedite 
Senza figghie e c' 'u marite, 
Chiagne sempe ca vurrije 
'Nu criature pe' vulije. 

Int' 'a Chiesa 'ngenucchiate: 
- Mio Signore sia lodate! -
Prega sempe a tutt quant, 
'Na nuvena p'ogne Sant. 

Se despera, s'avvelena, 
Si 'a vediss, face pena! 
E del rest, stann sola, 
Cu chi 'a dice 'na parola?

Quann dice: ch'è 'u destine. 
A chi 'juste 'na duzzine, 
E a chi 'nvece, 'a mala sorte, 
Manche miezz ce ne porte. 

E accussì 'sta sventurata, 
Pe' putè passà 'a jurnata, 
Ha truvat' 'a medecine, 
Chiacchierann ch'i vecine. 

Cose e tagghie, tagghie e cose, 
Sape sempe tanta cose. 
E 'u velene ca se pigghie, 
'Sta signora senza figghie! 

'U marite se cunsola 
Nun vedennela cchiù sola, 
Ma nun sape ch' 'i vecine 
Quanta 'mbroglie ca cumbine. 

Ess'è 'a megghie, e se capisce, 
Maje nisciune pass lisce. 
Questa lass e a quella pigghie 
'Sta signora senza figghie! 

Pe' despiett ce vurrije 
C' 'a cecogna 'i purtarrije, 
Attaccat'a 'u maccature, 
Doje belle criature. 

Vedarriss'a 'sta signora, 
Dope manche 'na mezzora, 
'U veleno ca se pigghie 
Pecchè ha avute 'sti doje figghie!

'I CIRCULARE
(1959)

Che cosa bella so 'sti Circulare!... 
'Na cosa necessaria cum' 'u pane. 
Pe' vint lire 'a corsa, nun so care, 
E tu te vide Foggia sana sana. 

Sempe pulìte e semp'arreggestrate, 
Te ven' 'u desiderie d'anghianà. 
E 'u persunale, tant'accrianzate, 
Nun sape cume t'adda cuntentà. 

Sul'a responn a tanta femmenell, 
Ce vole 'na pacienza longa longa!... 
Ca ancora nun 'u sann si è quell, 
'A Circulare c'avrinn pigghià. 

Però, p' 'u fatt ca so poche assaje, 
Quella c'aspiett tu, nun vene maje. 

Ije 'a pigghie tutt' 'i jurne e v'assecure, 
Ca sole pe' vederla d'arrevà, 
M'azzupparrije c' 'a capa 'mbaccia 'u mure, 
Pe' tutt' 'u tiempe ca l'agghia aspettà. 

Aspiett' 'a «destra», e pe' fatalità, 
Te vide tre «senistre» d'arrevà. 

Vene? Nun vene! E aspiett sott' 'u sole 
O pure senza 'mbrell quann chiove. 
E dopo tanta tiempe, si Ddije vole, 
Tu aspiett' 'a «destra» e quell... arriva 'a «nove». 

Guardann questa ca nun eje manch'ess, 
Tu dici : - E' n'ata ca m'ha fatt fess ! ... -

Pecchè? E sì, pecchè so poche ancora. 
Ce ne vurrinn'a meno n'at'e tante. 
Sol'accussì tu vedarriss'allora, 
Cuntent e sudesfatt tutt quante.

'U CECATE
(1945)

'Na vecchiarella porte 'stu cecàte, 
Cum'a 'nu criature a mane a mane, 
'Nant'a 'na Chiesa, addò hann preparate, 
'A festa pe' San Cire o San Gaetane. 

'U lass llà, appujate 'mbaccia a 'u mure, 
E se ne vace p' 'u turnà a pigghià 
A 'na cert'ora, quann'è già secùre, 
Ca 'u cecate ha fenute de cercà. 

'Nu 'mpiego cum'e n'ate, certamente, 
E pure 'stu cecàte è 'nu 'mpiegate. 
Pur'iss ogne matine, puntualmente, 
Vace 'a putèga p'abbuscà 'a jurnate.

Foss 'nu prufessore o 'nu scarpare, 
Sop'a 'stu munn pe' putè magnà, 
Ognune stenn'a mane, a quante pare, 
Cum'u cecàte cerca 'a caretà. 

Soltante ca 'stu povere cecàte, 
Campe pe' cunte suje, senza pretese. 
Nun canosce 'u patrune cum'a l'ate, 
Pecchè 'u suje è tutt 'nu paese. 

Nun sape cum'è 'a Camer' 'u Lavore, 
Nun ave maje 'nu sciopere capite. 
Sape ca tutt quante, da pe' llore, 
'I fann' 'a caretà second' 'a vite.

Tutt 'sta gente ca senza vederla 
Pe' 'nnantt' 'a iss 'a sente de passà. 
Cume curresse llà, senza vulerle, 
Pe' cunfurtà chi cerc' 'a caretà. 

E quann vann' 'a casa tutt'e duje, 
Cuntròlleno l'incasso d' 'a jurnate. 
'A vecchia conte e a feducia suje 
Si è proprio quell' 'a somma c'ha cuntate. 

Quann stevene 'i solde averamente, 
'U cecate 'i sapeve a une a une. 
Invece mò sò carte (¹) e certamente, 
Nun sape chè valore ten'ognune. 

'A vecchia conte e iss'adda stà citt, 
Pure si sape ca l'ha fatt fess. 
Pecchè si 'a cagne, ca nun file dritt, 
N'ata casciera arrobbe pur'u stess. 

(¹) - Moneta d'occupazione.

'I MATUNELL
(1953)

'Sti matunell pàrene 
Tanta guagliune pacce. 
Guagliune ca nun sèntene 
Manche s' 'i rump' 'a facce. 

'I mettene, po' 'i levene, 
'I tornene a 'ncullà, 
Ma quill nient, tuoste, 
Se tornene a scullà. 

'I chiamene 'i rebell, 
'I chiamene 'i bregant. 
Bregant' 'i matunell? 
Bregant tutt quant! 

Chi sò? E che ne sacce ! 
Si parla, po' ije sò pacce. 

'A coll'hann cagniate 
Nun sacce quanta vote, 
Ma semp'hann pensate 
C' 'a megghia colla è 'a lote. 

Ma come sia sia 
Quà 'u fess sò semp'ije, 
Pecchè m'agghia sta attiente 
Sennò me romp' 'u nase, 
Passann, 'a vocca e 'i cliente. 
Si nun me stache attiente! 

Ma si 'stu lev'e mitt 
Da n'ann 'ncap'a n'ate, 
Serve pe' dà fatiche 
A chi stace a la spass, 

Pecchè nun 'i mettite 
Pure pe' int' 'i viche, 
Senza fa romp' 'u muss 
A quill ca ce pass? 

Farrisseve 'na cosa 
'Na cosa assai felice, 
Ca ognune diciarrije: 
- Mo sì ca pozz dice : 
Evviva, semp'evviva 
'U Miss e 'a Munarchije - (¹) 

(¹)  - Amministrazione Comunale dell'epoca; M.S.I. e Monarchia.

'A FESTA D' 'A MADONNA
(1958)

 

'A SVEGLIA
(1960)

 

'A VITA
(1938)

 

MUNACELLA
(1960)

 

NOZZE D'ORO
(1960)

 

GIURNALE
(1943)

 

'U RETRATT D' 'U MARITE
(1959)

 

MACCHIETTE

GIUVINA
(1911)

Musica di Gino La Capria

I

 

'U SPEZZENTATE
(1913)

Musica del M° Roberto Consagro

I

 

CARRUZZELLA CITADINE
(1924)

Musica del M° Gaetano Capozzi

 

MONOLOGO

IL RACCONTO DI UN SOLDATO FERITO
REDUCE DA TRIPOLI (1912)
(monologo)

Si si, t' 'a rire ca me vit'accussì?! M'aviva vedè apprima a me.
E sapè 'na cosa ca cume fujie chiamat' 'a classa mije, ije subbte m'appresentaje. Pecchè decirene 'i cumpagne mije: - Mattè, se 'nce vaje tu, là, 'a guerra nun se vence.
Ce appresentamm, éreme 'nu munne. Ce facirene veste cu quilli vestite a culore de vrite de buttiglie e ce decirene ca 'u jurne appriess'avemma parte.
Fegurete 'a notte 'a cummedia ca facemme. E 'u belle ca che me ce steve 'nu giargianese magna pulente, ca ije sempe 'u gementave. Deceve: - Giargianè, 'u Turche cumparme te vete, t'a ficche 'na sciabbulata ncuorpe! - E iss ca deceve: - Ostia, ostia!
Si staje frische a te e l'ostia chiene. Là nun ce ne stann ostia chiene de Monte.
'U jurne appriss, appene facije jurne, ce armarene cum'e li Giudeije e ce facirene ascenn int' 'u curtile.
'U Tenente ce mettije affelarate e ce facije 'nu belle trascurze. Oh! decije certe parole ca pe' chi 'i capeve s’aveva mett averamente a chiagne. E mancumale ca ije 'n capije niente, sennò me puteve mett'a chiagne purije. No?
Mentre stemm sentenne chi li recchie tese cum'a li ciucce, pigghie e sentemm fore 'u munn fernute: 'i banne: trezzì trezzì, i luccle... e quann'ascemm fore, me pareve ch'era turnate 'u quarantotte. 'I gent... chi gridave, chi zumpave, quill guagliune ca lucclavene cum'a li pacce e p'arruvà a la stanzione ce vulije la mane de Ddije.
Arruvate llà, 'n'atu poche e scufflave 'a tettoia. Quilli figghie de bbona mamma s'erene 'mbucatate probbie brutt, lucclavene cum'a li pacce averamente. E accussì vutta tu e vutta ije, ce facirene trasì int'e vetture. Dope poche minute 'u Sineche pigghie e ce mannaje a regalà 'i zecare. Ije subbte me n'acciaffaije 'nu quatt o cinche; quillu stubbte d' 'u giargianese ca 'ne vuleve. - Pighiatill, decije ije, faccia de stubbte, allumene fumame int'u trene! - E accussì se ne pegghiaie duije.
Mentre stemm belle e buone, 'u Maggiore va trove pe' chi m'aveve pigghiate, venije e me stringije la mane. Fegurete 'i resate mije, chi l'aveve canesciute maje a 'stu Maggiore ! ...
Quann fuje probbie c'avemm parte, pareve de vedè lu munn fernute. Me credeve ca tann probbie scuffulav'a stanzione. Lucculavene tutt quant: - Tornati vittoriose - gredavene quill ca nun partevene. E finalmente quann ce alluntanamm, decije: Benedett Ddije, 'eme fernute de sente luccle. Oh, nun l'avess maje ditt, arruvat'a Bovine n'ata tremustrazione. 'I vurrije sapè cume l'avevene sapute. E tutt'i paise ca passamm: tremustrazione... tremustrazione... fine ca arruvamm a Naple. Là truvamm 'na tremustrazione cchiù gross'assaje. Accussì, dope n'atu munn d'ammuine, ce setuarene quill schiafareje janche 'ncape, ce mettirene int'a 'na varca grossa grossa e ce abbijarene.
E camine... e camine. E mo arruvame... e mo nun arruvame. E mo 'u pigghiame... e mo nun 'u pigghiame e Triple nun se vedeve. Finalmente accumenzamm'a vedè certe case janche. Te, 'u vì, vì, quill'è Triple. Fegurete 'a priezza nosta! Quann fumm'a 'na cinquantina de metre, venirene 'i marenare ch' 'i varchetell e ce facirene ascenn.
Cum'arruvaije sop'a la rena, pigghie e vedije 'n'Arabbe. Sanghe de nemiche de diece, vutaije 'a schiuppett avit' 'u cuozze ca tann ce 'a schiaffave 'ncape. Subbte 'u Tenente se mettije a lucclà: - Stati, ferme, ca quell'è 'n'Arabbe sottomettuto.
Sennò 'i l'accedeve! E chi 'u sapeve.
E chè paese criuse eije quillu Triple. 'E sapè 'na cose ca nun ce stann' 'i chianchette, no, stace 'a rena e cume camine, s'affonnene 'i piete da int. Po' i mosche ca stann! 'E sapè 'na cosa ca tenene 'i case apposte: 'i Muschee, addo mettene tutt' 'i mosche da inte. Senze ca rire, quist m'ha ditt' 'u Tenente.
Accussì dope 'na quinicine de jurne ca stemm'int'e trincee, 'na matine venije 'u Capetane e decije: Tutt' 'a cumpagnije adda 'i a pulezzà 'u vase.
Oh! decije ije, sim'arruvate! Sole quiste mo ce mancave!... Baste. Ce abbiamm, ereme 'na cinquantine de perzune. Gesù, decije ije, cinquanta perzune pe' pulezzà 'nu vase? E une sule nun avaste? Baste, camine e camine e 'stu vase nun se truvave. Ne', Capurale, 'stu vase addo stace?
- 'U vì, quest'è 'u vase. - E quill chè ere? 'U bosche.
Là nun sann parlà: 'u bosche 'u chiamene 'u vase. 'U fatt si è ca cum'ascemm accussì ce arretramm, nun ce steve nisciun'int' 'u vase. Steve probbie pulite.
Ce arretramm e ci faciren'ascenn n'ata vota int'e fuosse. Finalmente 'na matine venije 'u Generale e decije: - Tutt' 'a Cumpagnije adda 'i a speziunà Sciavra Scià.
Ce abbiamm, ereme doje Cumpagnije. Une avanzave da 'na via e n'ate da n'ate. Avanzamm 'na vota pe' d'une, facemm'a vécete. Nuije tenemm' 'u fele a 'i diente, cumpareme vedemm' 'u nemiche ce mettemm'a sparà e a ogne colpe ne cadevene seje. Me parevene ciavele, me parevene! Quann fùreme a piett a piett, vutamm li schiuppette 'a vije d'u cuozze e l'accumenzamme a carecà 'ncape probbie brutt. Eije! mentre steve facenn'a lite cu n'Arabbe de quille, pigghie e n'ate me spare int' 'u vrazze. Accussì cadije 'nterra e nun capije cchiù niente. 'A matin'appriesse me truvaije tutt 'mbasciate e cu 'na bella zia moneca vecine. - Zia mò', dimme 'na cosa. Jme vinciute o 'n' avime vinciute?
Dice: - Prigate pei vostri fratelli c'avime vinciute! - Oh! menumale. A llu manche si m'hann ferute avime vinciute.
Me vache pe' vutà a l'ata via e adduvine a chi trove? Quillu povere giargianese cu tutt' 'a capa 'mbasciate.
Chè, giargianè, t'hann squacciat' 'a capa?
- Can d'un Turche, m'hann ferute!
Aveve fernute cu l'ostia chiene e aveve accumenzate c' 'u cane d' 'i Turche.
Accussì me vedirene 'nu poche megghiarielle e me mannarene 'ncunvalescenze, ma mo ca pass buone agghia 'i n'ata vota. Pecchè 'u canosce a quill'Arabbe ca m'ha ferute, sì, tene 'nu cuppuline janche 'ncape. L'agghia feccà 'na sciabbulate 'ncuorpe e l'agghia mannà a quill'ate munne.

d a "Pe’ te e... pe’ me", Stab. tipografico Cav. L. Cappetta, Foggia 1960.

Nozze d'oro
Testo di Guido Mucelli
Musica di Alfredo Amatruda
e Sereno Labbozzetta

- Cinquant'ann! - dice'a vécchía.
- Cinquant'ann? - dice'u vécchie.
- Quistu timpe cume fuje! -
Dinn 'nzieme tutt'e dduje.
Pure dopo cinquant'ann
sò' felici cum'a tann.
S'arrecordene ogne cosa,
spécie 'u véle 'ncap"a sposa
Spécie 'u véle 'ncap"a sposa.
S'arrecordene'u festine,
'u vestite de zegrine,
ca pe' quacche occasione,
stéve appise int"o stepone.
'A cummàra c"u cumpàre,
i fiure de l'altare:
gelàte, i musecante,
cunfitt' a tutte quante.
I cunfitt a tutte quante.
E stepàt'a vecchiaréll,
'mmizz"e cose suje cchiù béll,
cume fosse stàte ajere,
tèn'ancore'a bumbunire
Sémpe 'nzime, màje 'na lite,
cum'a tann, sissignore.
Solaménte ca mo ‘i vite
cume foss'u fràte e 'a sore.
E si appena maretàte
facév'éss'a cuntegnosa,
mò c"a scéne s'è cagnàte,
fàce 'u vécchio 'a stessa cosa.

Nozze d'oro

"Cinquant'anni!" dice la vecchia. /Cinquant'anni?" dice il vecchio. / "Questo tempo come corre!”/ Dicono insieme Tutti e due./ Anche dopo cinquant'anni / sono felici come allora. / Si ricordano d'ogni cosa / specialmente il velo in lesto alla sposa / Specialmente il velo in testa alla sposa. Si ricordano del festino, / il vestito di “zegrine" / che, per qualche occasione, / stava appeso nell’armadio. / La comare con il compare, / i fiori dell'altare, i gelati, i musicanti, / i confetti a tutti i presenti / I confetti a tutti i presenti. E conservato, la vecchietta, / in mezzo alle cose sue più belle, / come se fosse stato ieri, / tiene ancora la bomboniera. / Sempre insieme, mai una lite, / come allora, sissignore. / Solamente che ora li vedi / come fossero fratello e sorella. / E se appena sposati / faceva lei Ia contegnosa, / ora la scena s'è cambiata, / ... fa il vecchio la stessa cosa.

da AA. VV., Vernacolo in musica, Canzoni in dialetto foggiano, Leone Editrice, Foggia 1989.