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Giuseppe Lo Campo

Giuseppe Lo Campo, che aveva fino ad allora pubblicato sulla rivista quindicinale letteraria foggiana “Aurora” (anno II, n. 15, 16, 17) alcuni articoli sull’argomento con lo pseudonimo ‘Il signor X ’, nel 1897 dà alle stampe un libretto dal titolo "Foggia e la questione dialettale" per replicare alle argomentazioni sostenute da Francesco Bellizzi in "Post fata resurgo!." Nel saggio G. Lo Campo, oltre a riportare alcuni versi dello stesso Bellizzi e della ‘Crucesella’, trascrive brevi frammenti di canti, detti, indovinelli, brindisi e ninne nanne popolari, risultando anch’egli, quindi, probabilmente suo malgrado, uno dei primi autori in dialetto foggiano.

Brindisi raccolto dal prof. Giuseppe Lo Campo.

Trament’ascev’u sole alla campagna.

Trament’ascev’u sole alla campagna,
P’ cumbnazione acchiai na bella donna,
Era capilli ricci e faccia tonna,
Chiù janca d’la neve d’a muntagna;
Nmizz’a lu pitto suo so’ doi chilonna
Una mena zucchere e l’ata manna,
Si Dijo mi la dà sta bella donna,
L’aggja da mantinè alle mie cumanna.

Foggia e la questione dialettale
Giuseppe Lo Campo
FOGGIA E LA QUESTIONE DIALETTALE
CON APPENDICE
Tipografia Michele Pistocchi, Foggia 1897.
Nella mania dialettale che qui ha disgraziatamente fatto dar la volta al cervello a qualcuno, mentre in ogni angolo d'Italia lo studio del dialetto si coltiva con trasporto e profitto, era oramai tempo che anch' io, umile cultore degli studi classici, me ne fossi un tantino occupato, e perchè tal questione non è tanto liscia come a prima giunta la si presenti agli inesperti, e perché dagli scarsi tentativi, fatti in mezzo a noi, alcuni non son riusciti a cavar un ragno dal buco, altri più che spazzare la via agli studiosi l' hanno riempita di sterpi e pruni.
Volendo adunque nell' interesse della scienza e del paese porre le cose a posto, è mestieri innanzi tutto accennare all' importanza filologica, letteraria e storica dello studio dialettale in Italia, indi discutere il modo come Foggia vi ha risposto, ed in caso la risposta lasci qualcosa a desiderare, mostrar col fatto come uno studio del nostro idioma si può agevolmente tentare.
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La questione dialettale in Italia, ognun sa, non è sorta ieri; è antica forse più dell' istesso concetto dell' unità nazionale, e come tutti i problemi dello spirito e dell' arte, anch' essa ora si è fatta viva ed ora si è assopita, secondo l'han permesso le gravi condizioni politiche, morali ed intellettuali, in cui per molti anni ha versata la nostra povera e lacerata penisola.
I nostri antichi scrittori, chi più chi meno felicemente, han tentato di rompere una lancia in questo agone, ed i loro sforzi se non altro spianarono il terreno ai successori del secolo che tramonta. Se non che questi studi dovevano avere un più largo sviluppo, assumere proporzioni più vaste, in fine dovevano altrove elevarsi a sistema scientifico. La prima parola, come sempre, partì da un italiano, e per giunta da un napolitano: e la parola del Vico, non intesa nè compresa dai nostri, fu seme d'una nuova scienza in Germania, dove, iniziati fin dal 1784 lo studio del sanscritto, si raggrupparono e classificarono, sotto norme e leggi costanti, le lingue antiche e moderne; in modo che Federico Augusto Wolff, primus philologiae studiosus, potè senza difficoltà gittar le basi della nuova critica fìlologica, pubblicando i Prolegomeni di Omero.
Sorta così la filologia, che a voler essere rigorosi risale, non come metodo scientifico ch' è esclusivo portato dell' età nostra, non pure al periodo alessandrino, in cui se ne determinò il concetto, ma più propriamente allo stesso Aristotele, fondatore di studi grammaticali e letterarii e scrittore d'una rettorica e d'una poetica, quasi tutti i nostri grandi ed alle volte consistono in sciorre dubbi, indovinelli come: ascenn' rirenn', e anghjan' chjagnenn'. Nella prima parte adunque si sente tutta un'ondata di fresca poesia popolare; nell'altra all' incontro abbiamo una prosa sesquipedale, senza uno slancio di poesia, appunto perchè non v'è sentimento che è l'anima d'ogni componimento poetico. Il dialettologo non vorrebbe far altro che descrivere le scene, le quali si succedono dopo il suono di un' ora di notte; ma anche la descrizione è scialba, fredda, monotona, grottesca, senza vivacità d'immagini e senza colorito, perchè vi manca il soffio potente dell' arte che dipinge, crea, vivifica.
O forse, nella tenebria di una sera invernale, la povera ciucrejare che come un'ombra disperata vagola, lei giovane e bella, assiderata dal freddo, per le deserte vie della città, non ha un cuore che batte, che freme, che sanguina, pensando alla mamma malata, senza fuoco e senza pane, o al suo marmocchio addormentato su pochi e luridi cenci in un' umida, oscura stamberga? Eh!, si che la materia era ampia e e duttile, ma la mano inesperta! Ma si è stolti in esigere l'osservanza del noto precetto oraziano « Sumite materiam vestris ... aequam Viribus etc: » se si osserva che l'autore vorrebbe financo far passare per ritornello la voce che dà ogni fruttivendolo od ogn'altro venditore per spacciare la propria merce, ed è poco o niente conoscitore dell'arte del verseggiare. Nei citati versi in fatti si notano alla rinfusa, e per giunta senza rime od assonanze che si siano, nella stessa strofa novenari, ottonari, settenari e per fino senari, con una abbondanza ora di vocali come l'eolico, ora di consonanti come il tedesco. Che stonatura in questi due versi che pur dovrebbero rimare tra loro ed avere un numero eguale di sillabe:
E li guagliune lore
Lucculejn' i cozzla chiene?
Corresse almeno la grafia! C'è un chine chine funecchielle che attende un de innanzi a funecchielle e poi un j accanto all' i di chine, perché altro è chine per chino, chinato, curvo, altro in dialetto è chijne per pieno, colmo, che qui cade in acconcio. Se il dialettologo, come chiaramente si vede, è digiuno, non solo d'ogni regola d'arte, ma delle nozioni più elementari di metrica, di ritmo e di grafia, qual testardaggine è la sua in voler mandare a spasso le sue insulsaggini? E non, è forse il caso di ricordargli col Menzini il celebre: chi ti forza a giacere? Se dunque i nostri studi dialettali pigliavano questa brutta piega, non era questo il caso di uscire dal silenzio che mi avevo imposto?
Vero è che non è molto si san pubblicati un paio di sonetti dialettali col pseudonimo di « na crucesella » e l'autrice che, a quanto pare, debba essere una signorina, si scosta molto dal dialettologo, anzi lo vince a dirittura. Eccone una prova:
A cocchi’ a cocchia - na precessione
Cantanno de li Santi l’altanija
Cu fanguttiello mbrazz’ e c’ ‘u bastone
Mo vace all’Ingurnat’ a cumpagnia.
Quanta naturalezza e verosimiglianza in questa descrizione che procede gradatamente fino a farci poi vedere parte della compagnia che, giunta al ponte, ‘U riesto face scauze de la via: indi dopo aver fatto i tre turnielli di rito, tutti insieme i pellegrini entrano divotamente in Chiesa, dove osservano nu struppialtiello che strascin’ à lenga. E qual foggiano non ha assistito ad una di queste commoventi e strazianti scene di una fede cieca, smisurata, senza ambage ed ostentazione? Quale stretta non proviamo innanzi ad una tale descrizione che forse e senza forse ci ricorda uno dei più bei momenti delle nostra fragile esistenza? E tutto questo la crucesella ci narra e descrive in un sonettuccio senza pretenzioni, in cui però la nota predominante è quella del sentimento, della fede viva, sincera e profonda non illanguidita dal gelido soffio della miscredenza.
Laonde più che sciupare tempo ed inchiostro nella soluzione di sciarade filologiche ed in arzigogoli più o meno poetici, è utile e necessario studiare la vita del popolo, narrarla in buona prosa e raccogliere le parole ed i motti che ogni dì suonano sulle labbra del volgo: lavoro proficuo e tutt'altro che umile, richiedente grande pazienza ed accuratezza, ed un bell'esempio ce l'ha dato ultimamente un amico carissimo, il dottor Domenico Sassi, sui canti erotici del popolo martinese. Il Sassi solamente raccoglie, scrive, spiega, dilucida ; non insegna, nè canta: il perchè non v'è chi non ammiri, a parte la modestia dell'autore, la bellezza e la vivacità del popolo martinese, sia che l'amante non riamato canti, sinistro augello, la propria sorte innanzi ad una donna che non ha una parola di conforto e di speranza:
La neva me sarrà freddo lenzuolo
E l'uocchie to faranno da cannile;
sia che l'innamorata con gentil pensiero si rivolge alla colomba, candida come la sua innocenza, e l'esorta a prender parte al suo intenso affetto col permetterle strappi na pennuccia sola, perché deve scrivere nà lettrecella al suo amore, lettrecella che vorrebbe stampare col proprio sangue e metterci per suggello il proprio cuore. Questo solo fa il Sassi; ma non avrebbe potuto lui che pur si mostra gran conoscitore del suo dialetto, scrivere qualcosa in martinese? Sì per fermo, eppure ei si è accontentato solo di riportare le canzoni del suo paese nè più nè meno; nè è stato preso dalla febbre di voler fare una letteratura del suo dialetto che pur ha tanta dovizia d'immagini e di frasi.
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Conosciuta adunque l'importanza di questi studi dialettali ed il loro risveglio in ogni lembo d'Italia, e, viste fallite le prime prove qui tentate, quel che ci resta a fare, è primieramente l'accingerci alla compilazione di un nostro folk-lore che sarà la base, su cui con l'andar degli anni si potrà fondare un lavoro storico, filologico, letterario. Lungo sarebbe il mio compito, se oltre le tradizioni, superstizioni e leggende, volessi riportare i canti, i proverbi, le frasi, gl'indovinelli che possiede il nostro popolo per tutte le circostanze della vita.
È pregio dell' opera darne un breve saggio, che sarà come d'impulso a tutti coloro che vorranno dedicarsi a questi studi. Ciò che innanzi tutto mi fa proprio pena, è che quasi tutte le composizioni di questo genere, in alcune delle quali si osservano financo evidenti tracce spagnuole, abbandonate da parecchie centinaia di anni esclusivamente al popolo, ci sono giunte incomplete, dimezzate, confuse: e se dietro ricerche, indagini e confronti si riesce alle volte a porvi un pò di ordine metrico, grammaticale e logico, quasi sempre però il componimento non è intero. Quello che è innegabile, è che in ogni brano, in ogni espressione, in ogni frase ci è sempre vivacità di fantasia, concisione, proprietà, colorito, sentimento, poesia e spesso spesso una fine arguzia che riflette direttamente l'indole per lo più ironica del popolo.
Quanto affetto, che slancio mirabile di lirica non vi è nei versi che la mamma a sera nella fantastica penombra, che proietta la lampada accesa innanzi alla Madonna, dondolando la cuna, canterella per conciliare il sonno al suo angioletto tra un nimbo di rosei veli? Il Giusti in quel gioiello di lirica che è «Affetti di una madre» a rapide tinte descrive i palpiti, le ansie, i timori, le speranze, l'estasi del cuore materno innanzi al suo fulvo bambino addormentato. É il tipo classico. Il De Giacomo nel Duorme Ninno mette in bocca della madre :
Scennìte, Angiule, a cielo a tenè mente.
St'angiulo suonne d'angiule se sonna
E duorme, figlio mio, nnucentamente
Fa nonna nonna ... Ah!
Innanzi alla fantasia napoletana il bambino appare un angelo che fa sogni di angeli e desta anche un pò d'invidia agli angeli stessi. Ben diversa è la Ninna-nanna calabrese, già in patrimonio della Rivista delle Tradizioni popolari italiane. (An. I, Fasc. II). - La madre cosentina canta al suo pargoletto:
Duormi, gioiuzza mia, duormi e riposa,
e gli rivolge i nomi più cari, come uortu di igli (gigli), sipala (siepe) di rosi, catina d’oru, mazzu d'amenta, fontana di li petri priziusi.
Le nostre madri invece non che appellarci coi nomi più cari, come quelli di angeli e di fiori, nella loro Ninna-nanna, dopo la rituale invocazione al Sonno;
Vien' a cavall' a nu cavall’ janco
Co' a sella d'or' e la vriglia d'argiento,
ci augurano tutto ciò che una madre tenera, appassionata possa desiderare pel suo innocente bambinello; ci augurano ogni bene, ogni felicità, in una parola tutta l'età dell' oro. E se gli antichi dicevano essere questo il tempo, in cui i fiumi scorrevano latte, la madre foggiana canta:
Vurrija che chiuvesse maccarune
E na muntagna di caso grattato
Li prete de la via carn’arrustuta;
L'acqua de lu mare vin' annevato.
In mezzo a tanto ben di Dio poi il suo garufalo addurente, core de la mamma, deve abitare, un
Palazzo di giujlli frabbicato
E ntunacato di curalli fin,
I pedamenti d'oro martinato
E a finestrell’ a stella matutin’
Il genio del male poi che soffia sempre sinistramente dove ci è pace, gioia e contentezza, non deve turbare l'incanto di questo augurio, non rompere il miraggio di tanta felicità; quindi è che la buona mamma, la quale già presagisce l'accostarsi di questo mostro crudele «u papone» in atto di minaccia gli grida a più riprese:
Vattinn', papone, da sott’ u lietto,
Ca mo ti mengo nu matone ‘mpietto.
È tutta dunque l'età dell'oro e noi del napoletano più degli altri intendiamo e sappiamo darei ragione di queste metafore sì ardite che arieggiano senza fallo quelle del seicento.
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E sorvolando sulle parecchie centinaia d'indovinelli che alle volte sono equivoci e piccanti, ed alle volte ingegnosi e geniali come:
Duj' lucent’ duj' pungent'
Nu scupulu e quatte mazze
per indicare la vacca e:
sopa nu muntunciello
stace nu vicchiarillo
Ca cu nu dente
chiama 'a gente,
volendo intendere la campana, una fonte inesausta di forte e vera lirica noi vi scorgiamo nelle poesie erotiche. Le passioni che predominano nelle masse popolari sono al certo le più potenti, le più veementi; l'amore e l'odio ... Quando l'odio è effetto del tradimento in fatti d'amore, allora la poesia prende una forma aggressiva, e non solo si giunge a frangere, ma anche a calpestare l'idolo del cuore. Allora nella forza smodata della passione l’imaginativa corre, corre fino al più alto tradimento della Storia della Umanità e ci strazia l'animo una canzone che, diretta a donna infame e crudele, incomincia:
Facist' cumm’ e Giuda
'I'radirmi accussi.
Una forma poi assai più mite assume l'odio, quando scaturisce dalla gelosia: allora ha luogo una sottile ironia che canciando spesso in sarcasmo riflette a puntino la nota caratteristica del pugliese, onde il Poeta ebbe ad esclamare:
Sempre mordace fu lingua pugliese.
A questo spirito ironico che ci fa ricordare l'humor degl'inglesi più che la verve dei francesi, risponde un componimento che si canta con un certo tuono canzonatorio, in modo che la musica pesante, cadenzata, monotona ne imiti, come sempre, esattamente i' indole e l’intonatura non altrimenti che la musica moderna. Eccovene la tela.
Ognun sa che matrigna e figliastra non vanno mai d'accordo: ora capita che l'una, affetta da gelosia, si trovi a tessere al vicinato l'elogio sia fisico che morale dell'altra: ce ne dice d'ogni colore e sapore: in breve è un vero torrente d'insolenze che vomitate con un tal garbo hanno tutta l'aria di sembrare colpi di spilli, mentre in fondo in fondo non sono che punture di un pugnale avvelenato.
La matrigna adunque esordisce col rivolgersi ai giovanotti dicendo:
Vui v'avite d'anzurà
E pigliarvi la mia figlia
Ch'è l'ottava maraviglia.
A me davvero non è riuscito rintracciare quali siano le altre sette maraviglie, cui allude la canzone, ma è certo si tratta di belle e vere meraviglie mondiali, mentre il sarcasmo c'è nell'ottava non altrimenti che nel dolce nome di figlia che suona così amaramente, quando i versi che seguono, sono:
E currit’ a cient' a ciento
Ca si no s' a port’ u viento.
Oh, vijat' a chi s'a piglia
Questa figlia, questa figlia.
Ora la matrigna incomincia a dipingere a fosche tinte le bellezze della sua figlia ed esclama;
si vidit' a pulizia
Ca si face a figlia mia:
Non si lava lu Natale,
Manc' ai fisti, a Carnevale;
Ten' a l'uocchi li scazzilli,
Ten' u nas' a picurilli,
Lu fiato, uh che diletto!
Fete chiù di nu cascetto.
E prosegue con un esilarante crescendo:
Vu' vidè quant' è garbata ?
La mia figlia è na pupata,
E lu rist' è tutta bella;
Ma è nu poco sgubatella,
Men' i gamm' a chiricò
E cammin' a si e no.
Sempre di questo passo, di sorpresa in sorpresa si passa all'etopea ; che pennellate magistrali! udite:
Ten' a u liett' u tron’ a quatto
E si colc' a vintiquatto,
Po si gaviz' al'auto jurno;
Quann' è justo mizzijuorno;
Si vutava e s’aggirava
Quann l'attana la chiamava.
Sicché questo bel tipo di ragazza potrà essere senza dubbio una buona massaia, perché
Maj veve e maj magna,
Lu marito assai sparagna:
Duj tumul' di gran'
N' l'avastan' a setteman’;
Nu vrrrilo sola sola
Na jurnata se l'ungola.
Della laboriosità non è a parlarne, figuratevi
La mia figlia è virtuvosa,
Essa taglia, essa cosa:
E pi fa doie cammise
Stij n' ann' e sette mise.
E pi fa nu sciucapanno
Essa stii 'mpunto n'anno.
Enumerati questi ed altri pregi fisici e morali, la canzone termina col noto ironico ritornello.
Oh vijat ' à chi sa piglia
Questa figlia, questa figlia!